domenica 9 novembre 2008

Ma l'america è una vera democrazia?

A giudicare dalla formula che ne regolamenta i dibattiti elettorali in tivù -ovvero il mezzo attraverso cui la gran parte dei cittadini statunitensi decide chi mandare alla Casa Bianca- qualche legittimo dubbio affiora. Assistendo ai duelli mediatici tra il ticket di Obama e quello di McCain, saltava agli occhi l'assenza di candidati alla presidenza che non fossero espressione dei partiti democratico e repubblicano. Eppure di aspiranti alla carica regolarmente in lizza ce ne sono altri trentacinque. Tredici dei quali per conto di storiche formazioni partitiche, e almeno quattro presenti in abbastanza stati per poter vincere la maggioranza negli agognati collegi elettorali: l'indipendente Ralph Nader, il libertario Bob Barr, la verde Cynthia McKinney e Chuck Baldwin del Costitution party. Come mai neanche uno di loro è stato invitato agli showdown via etere, record d'ascolto dei canali a stelle e strisce? Il motivo è presto detto: a stabilire il nome dei partecipanti è la Commission on presidential debates (Cpd), un'ente privato non istituzionale, creato e gestito dai due maggiori partiti. Che fissano le regole in modo da oscurare fastidiosi concorrenti, in grado, se non di lottare per la vittoria, certamente di fare da ago della bilancia, sottraendo pacchetti di voti a ciascuno dei front runner. Una pratica che avrebbe stroncato figure come Abramo Lincoln, all'epoca candidato terzo. Per giunta la suddetta Commission si finanzia, in palese conflitto d'interessi, grazie all'esclusivo obolo di grosse aziende americane. Guarda caso tra i principali donors delle campagne di Obama e McCain. Rispetto alla situazione americana, il vituperato panorama televisivo italico si erge quasi a modello di imparzialità. Da noi nessuno s'è mai sognato di rifiutare un faccia a faccia ai vari Bertinotti, Boselli, Casini, Santanchè, e financo ai leader di fantomatici partitini civetta. Anzi, l'unico scontro diretto mancato da Vespa e Mentana è stato il Berlusconi Veltroni. Per non parlare degli spazi delle tribune politiche, uguali per tutti per legge. Oltreoceano invece, nella patria del diritto costituzionale, è accaduto quanto segue. Nel novembre 1985 gli allora capi dei comitati nazionali del partito democratico e repubblicano, Paul Kirk e Frank Fahrenkopf, firmarono un "Memorandum of understanding" per regolare tra di loro i dibattiti pre-elettorali, divenuti nel frattempo la chiave di volta della corsa alla casa bianca. Imponendone l'adozione alla Cpd, che dal '76 fino ad allora era stata governata da un'associazione super partes, la League of women voters (Lega delle donne elettrici). La quale cedette la testa dell'organismo agli stati maggiori dell'asinello e dell'elefante, denunciando una "frode ai danni dell'elettore americano". La cesura con la precedente gestione, che invitava automaticamente i candidati terzi -ad esempio tale John Anderson nel 1980- fu evidente dal 1988 in poi. Emblematica l'esclusione nel 1996 del miliardario Ross Perot, malgrado il 19% delle preferenze raccolte quattro anni prima (decisive per il successo di Clinton), 29 milioni di fondi già in cassa e tre quarti dell'elettorato che lo volevano in onda. E ciononostante ottenne l'8.4% dei voti. Ancora nel 2000, un'apparizione di Nader nel prime time avrebbe di certo evitato la farsa dei riconteggi in Florida e le accuse di brogli da parte di Gore, mentre nel 2004 bastava uno spostamento dell'1% in Ohio per far prevalere Kerry. Ma anche stavolta, solo tra Barr e Nader si cela un voto potenziale tra il 7 e il 10%, e chissà di quanto sarebbe salito se avessero partecipato alle sfide in tv. Candidati terzi furono, tanto per dire, due presidenti mitici: Delano Roosevelt nel 1912, e Abramo Lincoln quando la destra erano i Whigs. Oggi verrebbero cancellati dai criteri della Cpd. Negli Stati Uniti è sufficiente il 5% per ottenere i fondi pubblici che finanziano i major parties, ma non basta il 14.99% del favore popolare nei sondaggi per essere invitati ai dibattiti mediatici. La regola l'hanno stabilita, a partire dal 2000, i soliti Kirk e Fahrenkopf, tuttora alla guida della Commissione insieme a probiviri quali Clinton e Carter e a un board di lobbisti del big business. Tutti organici ai due partiti di punta. Peccato che nei presunti sondaggi consultati per testare la popolarità dei candidati -come evidenziato da uno studio dell'università di Nottingham- non sia obbligatorio elencare altri nomi aldilà dei nominati democratico e repubblicano. Senza contare che gli istituti demoscopici sono essi stessi di proprietà dei principali conglomerati mediatici. Ovviamente è sempre la Cpd a scegliere su quali sondaggi basarsi. Oltre che a decidere chi saranno i moderatori e i panelist (chi può fare domande), piuttosto che date, location, argomenti delle serate (interni o esteri), il format (minutaggio e ordine delle risposte), persino l'altezza dei podi. O a effettuare lo screening preventivo del pubblico 'comune' (e relative domande) nelle town hall questions. Il fatto che il 64 % dei cittadini vorrebbe dibattiti aperti agli indipendenti non interessa granchè, quando a finanziare il baraccone ci pensano a turno corporation del calibro di Pilipp Morris, Ford, Yahoo, At&t, American Airlines, JPMorgan, Prudential, Anheuser. Il decano dei giornalisti Walter Cronkite ha definito le regole della Cpd "un sabotaggio del processo elettorale". Ma la Commission si vanta di fornire know how ad altri 12 stati stranieri. Definendo il proprio, con involontaria ironia, un approccio bipartisan. Perchè in effetti riguarda al massimo due partiti.

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