lunedì 13 ottobre 2008

CENTRALI NUCLEARI:Conseguenze sanitarie e danni biologici dalle radiazioni

Da www.progettohumus.it



Con la radioattività non si scherza. Ne sapevano qual­cosa i primi fisici che all'ini­zio del secolo scorso provarono sulla propria pelle che cosa voleva dire essere sot­toposti alle radiazioni degli elementi che si iniziava a studiare proprio in quegli anni.

Nella filiera nucleare si ha ovviamente a che fare con molte radiazioni, e non soltanto quando avvengono degli incidenti. «La centrale è uno degli elementi fonda­mentali del ciclo del com­bustibile nucleare, ma non è l'unico - afferma » Giuseppe Onufrio, direttore del settore Campagne di Greenpeace -.

Emissioni di radioattività si producono dalla culla alla tomba e cioè dalla miniera al ritrattamen­to del combustibile, certa­mente la fase più sporca, e anche dai depositi di scorie. Le emissioni radioattive in atmosfera da una centrale sono prevalentemente costi­tuite da isotopi radioattivi di gas nobili come lo Xeno e il Krypton e quelle in ac­qua dal trizio e possono va­riare abbastanza da impian­to a impianto e da anno ad anno. Le dosi annuali per i gruppi più esposti della po­polazione, come riportate dalle statistiche ufficiali, possono variare da frazioni minime della dose massima ammessa a quote più eleva­te ma generalmente al di sotto dei limiti. Va però ri­cordato che non esiste una soglia al di sotto della quale si è a rischio zero.» A differenza di quello che si sente comunemente dire, una centrale nucleare in condi­zioni di funzionamento normale produce quindi un in­quinamento ambientale da radiazioni, che possono es­sere assunte dai lavoratori e da chi vive nelle vicinanze. Ma queste persone quanto rischiano? «La ICRP (lnternational Commission on Radiological Protection) è la Commissione creata nel 1928 che detta le racco­mandazioni e le normative in merito - afferma Gianni Mattioli, professore di Fisica Matematica all'Università La Sapienza di Roma e storico esponen­te del movimento ambienta­lista -. Essa definisce il si­gnificato di dose massima ammissibile non come la dose al di sotto della quale non si corre nessun pericolo, ma come la dose di ra­diazioni per cui i rischi per la salute umana (tumori, leucemie, danni genetici) si ritengono compatibili coi benefici economici. Ciò si­gnifica che alla dose massi­ma ammissibile si viene esposti a un certo tasso di rischio. Si calcola che ogni 10.000 lavoratori del setto­re nucleare ci siano in me­dia 10 morti l'anno dovute alle radiazioni, quindi 300 morti in 30 anni di attività ­prosegue Mattioli -. Se pen­siamo alla Fiat degli anni d'oro, quando contava ben 80.000 lavoratori, questo avrebbe significato 80 mor­ti l'anno: si sarebbe chiesto a gran voce di chiudere quelle fabbriche. Non pos­siamo che esprimere il no­stro stupore per il fatto che oggi, in un momento stori­co in cui in Italia si riparla di nucleare, questi temi sia­no completamente scom­parsi - conclude Mattioli -. Sono scandalizzato soprat­tutto dal fatto che un medi­co di prestigio come Umberto Veronesi quando parla di nucleare non ne faccia cenno.»

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