sabato 1 ottobre 2011
Pallante: debito creato solo per drogare la crescita suicida
Meno e meglio: è l’unica soluzione, per uscire dalla spirale del debito. Che non è un incidente di percorso, tutt’altro: il debito è stato incoraggiato a tavolino per indurre i consumatori a comprare merci che non si sarebbero potuti permettere. Obiettivo: smaltire la marea di nuove merci prodotte a ritmo vorticoso da tecnologie industriali sempre più avanzate e diffuse in tutto il mondo grazie alla globalizzazione. Il debito serviva a questo: ad assorbire l’enorme valanga planetaria di merci, evitando una “crisi di sovrapproduzione”. Il peccato originale ha un nome sulla bocca di tutti: crescita. Non è la soluzione, è il problema: la crescita è cieca, perché si basa solo sulla quantità, trascurando di selezionare beni e servizi realmente utili. La crescita vive di sprechi e genera Pil inutile, gonfiato dalla droga pericolosa del debito.
Ne è convinto Maurizio Pallante, teorico italiano della decrescita: «Il debito pubblico non è un problema di cui è stata sottovalutata la gravità», sostiene in un intervento presto disponibile sul blog di Mdf, il Movimento per la Decrescita Felice. Il debito, spiega Pallante, è addirittura «il pilastro su cui si fonda la crescita nell’attuale fase storica», perché il ricorso al credito «è indispensabile per continuare a far crescere la produzione di merci». Si tratta di una scelta «consapevolmente perseguita con una totale unità d’intenti dai governi di destra e di sinistra in tutti i paesi industrializzati: non a caso – continua Pallante – la crescita dei debiti pubblici ha avuto una forte accelerazione in seguito alle misure di politica economica adottate dai governi dopo la crisi del 2008 per rilanciare la domanda attraverso le opere pubbliche e il sostegno ai consumi privati».
Diversamente, osserva Pallante, non si capirebbe come mai negli ultimi anni tutti i paesi industrializzati hanno accumulato debiti pubblici sempre più consistenti, fino a raggiungere i valori record del 2010: dall’80% del Pil nel caso del Regno Unito, fino al 225% del Giappone. Se negli Usa il debito pubblico sfiora il tetto del prodotto interno lordo, Francia e Germania superano di poco l’80% mentre il debito dell’Italia rappresenta il 119% del Pil: peggio di noi c’è solo la Grecia, col suo drammatico 142%. A fine anno, il debito italiano raggiungerà i 2.000 miliardi di euro, a fronte di un Pil 2010 fermo a 1.500 miliardi. Il nostro debito pubblico è pari alla somma di quelli di Grecia, Spagna, Portogallo e Islanda.
Per capirci: il deficit greco, su cui si è scatenata la speculazione finanziaria, è di soli 340 miliardi di euro. Ben diversi i volumi di casa nostra: «Per pagare gli interessi sul debito, ogni anno l’Italia emette nuovi titoli per un valore di 75 miliardi di euro, pari al 10% della spesa pubblica e al 5% per cento del Pil». Per contro, aggiunge Pallante, il quadro completo lo si ottiene solo sommando il debito pubblico a quello privato, delle famiglie e delle aziende. Sulla base di questo mix realistico, col 218% del rapporto debito-Pil, l’Italia non sfigura rispetto al 286% dell’Irlanda, al 250 del Portogallo, al 230 di Spagna e Olanda e persino al potente Regno Unito, il cui debito aggregato raggiunge il 245% del Pil. A fronte di queste cifre, conclude Pallante, non si può escludere la possibilità che gli Stati più indebitati decidano di troncare la spirale degli interessi passivi decidendo di fallire, trascinando al fallimento le banche che hanno sottoscritto i loro titoli e alla rovina i risparmiatori che hanno depositato il loro denaro nelle banche.
Ma perché gli Stati e le amministrazioni locali spendono sistematicamente cifre superiori ai loro introiti? Perché il sistema bancario induce le famiglie a spendere cifre superiori ai loro redditi, magari con consigli interessati e specifiche linee di credito al consumo? «La risposta è intuitiva: perché la crescita della produzione di merci ha raggiunto un livello tale che se non si spendesse più di quello che sarebbe consentito dai redditi effettivi, crescerebbero le quantità di merci invendute e si scatenerebbe una crisi di sovrapproduzione in grado di distruggere il sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci». Secondo gli economisti, per ridurre il debito pubblico occorre stimolare la crescita del Pil, perché se cresce la produzione di merci aumenta anche il gettito fiscale. Per favorire la crescita, lo Stato ha due strade: ridurre le tasse, per incoraggiare i consumi, o incrementare la spesa pubblica. «Ma in entrambi i casi, il debito pubblico aumenta: per ridurlo, attraverso la crescita, bisogna aumentarlo!».
In realtà l’Europa punta su un’altra strada, quella che avrà un impatto durissimo sulla società: il taglio della spesa pubblica, fino alla prospettiva dell’inserimento nelle Costituzioni dell’obbligo del pareggio di bilancio. Problema: tartassando i consumatori, il Pil non potrà certo crescere. Secondo Pallante, neppure il Fondo Monetario Internazionale ha più soluzioni: basti pensare che la direttrice, Cristine Lagarde, ha appena proposto di schiacciare contemporaneamente il pedale del freno e quello dell’acceleratore: ridurre la spesa pubblica e/o aumentare le tasse, e al tempo stesso favorire l’aumento della domanda mediante l’aumento della spesa pubblica e/o la diminuzione delle tasse. «Il fatto è che la crisi in corso non è congiunturale, ma di sistema, e gli strumenti tradizionali di politica economica non funzionano più».
In virtù della recente globalizzazione dei mercati e della concorrenza internazionale, lo sviluppo tecnologico ha determinato un eccesso di capacità produttiva che cresce di anno in anno: «Macchinari sempre più potenti producono in tempi sempre più brevi quantità sempre maggiori di merci, con un’incidenza sempre minore di lavoro umano per unità di prodotto». Si tratta di tecnologie che richiedono costi d’investimento molto alti, alla portata solo di grandi società in grado di operare sul mercato mondiale: multinazionali che non possono rimanere ferme perché subirebbero forti danni economici in termini di ammortamento dei capitali e di mancati guadagni: per cui «devono lavorare a pieno regime, e tutto ciò che producono deve essere acquistato anche se non ce n’è bisogno».
Se l’offerta in crescita esplosiva supera di gran lunga la domanda, la prima conseguenza è la disoccupazione, che a sua volta riduce ulteriormente la domanda. Oltre a gonfiare i debiti pubblici, continua Pallante, proprio la crescita ha seminato il panico sul fronte occupazionale: in Spagna, dove dal 2007 al 2010 la percentuale dei disoccupati è cresciuta dall’8,3 al 20% e quasi un giovane su due è senza lavoro, secondo calcoli prudenziali ci sono 765.000 immobili invenduti. E nella piccola Irlanda, dove negli stessi anni la disoccupazione è galoppata dal 4,6 al 13,7%, gli immobili invenduti sono 300.000. Se le nuove tecnologie tagliano i posti di lavoro e i redditi non bastano ad acquistare le merci, ecco che «l’unico modo per incrementare la domanda è l’indebitamento».
La scienza del debito, dunque, per tenere in piedi ancora per un po’ una economia totalmente drogata, dal destino ormai segnato. Da una parte gli incentivi alle famiglie verso carte di credito, rate e mutui, e dell’altra il via libera al deficit pubblico truffaldino: in cima alla lista le cosiddette grandi opere, faraoniche e devastanti, per lo più inutili o comunque bocciate da qualsiasi rapporto costi-benefici, ma comodissime per spartire denari all’interno della casta di potere che accomuna politici, imprenditori e banchieri. Prima grandi cantieri, e poi grandi cattedrali nel deserto finanziate a spese dei cittadini e poi magari cedute a società “amiche”. Nasce anche da lì la privatizzazione selvaggia delle aziende pubbliche preposte alla gestione dei servizi sociali come acqua, energia e trasporti: si svendono i “gioielli di famiglia” proprio per ridurre l’entità colossale dei debiti contratti per realizzare le grandi opere.
Altra voce decisiva nel debito iniquo: la spesa militare. Già abnorme, si è gonfiata a dismisura dopo il crollo del Muro di Berlino con la nuova strategia “imperiale” statunitense che ha sparso eserciti e seminato guerre in tutto il mondo. Strategia ulteriormente accelerata dalla propaganda securitaria dopo l’attentato dell’11 Settembre. Un pretesto, per mettere le mani sulle regioni-chiave del pianeta, come quelle petrolifere. Peccato che l’aumento esponenziale delle spese per gli armamenti abbia progressivamente ridotto i vantaggi economici iniziali apportati dal controllo dei flussi di petrolio. Secondo Pallante, si comincia a delineare «una situazione che presenta inquietanti analogie con quella che portò alla caduta dell’Impero Romano, quando le spese militari per tenere sotto controllo le province cominciarono ad essere superiori al valore delle risorse che se ne ricavavano».
Come bloccare la spirale dei debiti pubblici? «Bisogna prendere immediatamente tre decisioni: sospendere tutte le grandi opere pubbliche deliberate in deficit, ridurre drasticamente le spese militari, ridurre drasticamente i costi della politica». In realtà sono tre aspetti dello stesso problema, insiste Pallante: «Non bisogna essere particolarmente intuitivi per capire che il sistema di potere fondato sull’alleanza strategica tra partiti politici otto-novecenteschi e grandi imprese non prenderà queste decisioni perché ne verrebbe travolto e nessun potere si fa da parte se non è costretto da una forza maggiore alla sua». Problema: ancora non esiste un blocco di potere alternativo in grado di scalzare l’alleanza che ha prodotto la catastrofe della crescita, «quindi, non c’è possibilità di superare la crisi in corso, che è destinata ad aggravarsi progressivamente e a concludersi con un crollo rovinoso».
Sempre secondo Pallante, tutto lascia credere che questo esito sia ormai inevitabile: ormai sembra solo una questione di tempo. «Se la prima a precipitare sarà la crisi climatica, sarà difficile trovare una via di scampo. Se invece la crisi climatica verrà ritardata dalla crisi economica o dalla crisi energetica, coloro che non si sono lasciati abbindolare dalla gigantesca opera di disinformazione e propaganda svolta dai mass media, e sono più di quanti si creda, possono evitare di rimanere sepolti dalle macerie». La via d’uscita? «Occorre sganciarsi dal sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci, organizzando reti di economia, di produzione e di socialità alternative, in grado di funzionare autonomamente e di rispondere ai bisogni fondamentali della vita con le risorse dei territori in cui insistono». La chiave? Lavoro utile. «La decrescita abbatte il Pil ma produce occupazione qualificata, per produrre beni e servizi selezionati, realmente necessari». Ristrutturazione energetica dell’edilizia, energie rinnovabili, riduzione dei rifiuti, filiere corte alimentari e industriali, in un’ottica territoriale, distrettuale. Meno trasporti, meno costi, meno sprechi. Diminuirà il Pil? Ne saremo felici. E lavoreremo tutti.
venerdì 30 settembre 2011
Dimostrazione del Funzionamento del RFID Microchip in un Centro Commerciale
http://www.youtube.com/watch?v=5hjD95uO_fg&feature=player_embedded
Astronomia: violenta eruzione solare. Senza luce 10 milioni di persone in Cile
http://ilfattaccio.org/2011/09/29/astronomia-violenta-eruzione-solare-senza-luce-10-milioni-di-persone-in-cile/
Nella giornata di ieri abbiamo parlato del mega blackout che ha paralizzato il Cile. Non sono state rese note le cause ma il Solar Dynamics Observatory (SDO) della Nasa, nell’ambito del programma lanciato dalla Nasa “Living With a Star” (LWS), ha registrato 48 ore fa una violenta espulsione di massa coronale nella radiazione ultravioletta, pari a X1.9. Le espulsioni, chiamate anche CME, sono una violenta eruzione di materia che esplode dalla fotosfera di una stella (in questo caso dal Sole), con un’energia equivalente a varie decine di milioni di bombe atomiche. Le onde d’urto risultanti viaggiano lateralmente attraverso la fotosfera e verso l’alto attraverso la cromosfera e la corona solare, a velocità dell’ordine di 5.000.000 di chilometri all’ora. La classificazione di tipo X sta ad indicare la classe più violenta, che può causare danni proprio alle comunicazioni e all’energia elettrica.
Insomma, il Sole come non si era mai visto. Intanto nella scorsa notte straordinarie aurore boreali hanno illuminato di bagliori colorati di verde, viola e rosso non solo i cieli polari ma anche quelli dei Paesi posti a latitudini più basse, come il Nord Europa e il Nord America. Spettacolari foto pubblicate sul sito internet ‘Spaceweather’ sono state scattate per esempio in Danimarca, Canada, Stati Uniti. L’eccezionale attività solare ha reso visibili all’occhio umano straordinari bagliori del cielo, come le aurore boreali, anche a basse latitudini. Tra le foto, un’aurora apparsa nel cielo dello stato del Michigan. Sulla superficie sono state osservate eruzioni solari con plasma (ovvero particelle cariche elettricamente) scagliato nello spazio interplanetario. Il programma della Nasa intende rappresentare le cause della variabilità solare e gli impatti che si producono sul nostro pianeta. Nella fattispecie lo studio punta alla comprensione dell’influenza solare sulla Terra attraverso lo studio dell’atmosfera solare su piccola scala. Siamo in attesa di comunicati ufficiali da parte della Nasa.
fonte : http://www.meteoweb.eu/2011/09/astronomia
Nella giornata di ieri abbiamo parlato del mega blackout che ha paralizzato il Cile. Non sono state rese note le cause ma il Solar Dynamics Observatory (SDO) della Nasa, nell’ambito del programma lanciato dalla Nasa “Living With a Star” (LWS), ha registrato 48 ore fa una violenta espulsione di massa coronale nella radiazione ultravioletta, pari a X1.9. Le espulsioni, chiamate anche CME, sono una violenta eruzione di materia che esplode dalla fotosfera di una stella (in questo caso dal Sole), con un’energia equivalente a varie decine di milioni di bombe atomiche. Le onde d’urto risultanti viaggiano lateralmente attraverso la fotosfera e verso l’alto attraverso la cromosfera e la corona solare, a velocità dell’ordine di 5.000.000 di chilometri all’ora. La classificazione di tipo X sta ad indicare la classe più violenta, che può causare danni proprio alle comunicazioni e all’energia elettrica.
Insomma, il Sole come non si era mai visto. Intanto nella scorsa notte straordinarie aurore boreali hanno illuminato di bagliori colorati di verde, viola e rosso non solo i cieli polari ma anche quelli dei Paesi posti a latitudini più basse, come il Nord Europa e il Nord America. Spettacolari foto pubblicate sul sito internet ‘Spaceweather’ sono state scattate per esempio in Danimarca, Canada, Stati Uniti. L’eccezionale attività solare ha reso visibili all’occhio umano straordinari bagliori del cielo, come le aurore boreali, anche a basse latitudini. Tra le foto, un’aurora apparsa nel cielo dello stato del Michigan. Sulla superficie sono state osservate eruzioni solari con plasma (ovvero particelle cariche elettricamente) scagliato nello spazio interplanetario. Il programma della Nasa intende rappresentare le cause della variabilità solare e gli impatti che si producono sul nostro pianeta. Nella fattispecie lo studio punta alla comprensione dell’influenza solare sulla Terra attraverso lo studio dell’atmosfera solare su piccola scala. Siamo in attesa di comunicati ufficiali da parte della Nasa.
fonte : http://www.meteoweb.eu/2011/09/astronomia
mercoledì 21 luglio 2010
L'ARCHIVIAZIONE DEL PROCESSO ENEL A ROVIGO
Di Stefano Montanari
Credo che ormai traspaia in tutta la sua evidenza il fatto che mi sto davvero stancando.
Essere per anni il bersaglio favorito dei trastulli di farabutti e d’imbecilli non è affatto divertente, e ancor meno lo è continuare a spingere un masso in salita per vederlo precipitare a valle non appena la vetta è raggiunta. Se, poi, a questo masso ci sta aggrappata una folla di persone, la fatica e la rabbia s’ingigantiscono.
Ho pazientato con una torma di seminfermi di mente. Ho fatto tutto quanto potevo per spiegare tranquillamente cose che pure non avrebbero avuto bisogno di spiegazione. Ho sempre chiesto un confronto pubblico con tutti i miei accusatori e, tranne la serata recente di Vinovo cui ha partecipato la tenera, in qualche modo eroica, signora andata allo sbaraglio a sostenere palesi assurdità smentite dai documenti e dalla cronologia, nessuno ha mai avuto il coraggio di affrontarmi. Strepitare davanti a migliaia di ragazzotti osannanti - peraltro tutti da assolvere per non aver compreso il fatto - e non dire una parola sulle porcherie supportate; lanciare fango nascosti dietro lo schermo di un computer collocato chissà dove ma sempre a distanza di sicurezza; approfittare viscidamente delle trappole offerte da una burocrazia acefala ed immorale: tutte cose che fanno parte del più volgare repertorio della pusillanimità e dell’ipocrisia mescolate insieme in un cocktail mortale.
Nel clima di squallore in cui siamo ormai costretti a sopravvivere, da tempo, ormai, i farabutti e gl’imbecilli di cui sopra si servono dell’archiviazione del processo penale contro l’Enel (http://www.lexambiente.it/aria/122/4327-Aria.%20Inquinamento%20da%20nanoparticelle%20(disastro%20ed%20omicidio%20colposo).html) per tentare d’invalidare le nostre ricerche, e questo a maggiore dimostrazione dell’ignoranza dei livelli che queste ricerche hanno raggiunto, livelli testimoniati pure dai tentativi di qualche ateneo italiano di appropriarsi dei risultati che noi abbiamo ottenuto ormai anni fa. È ovvio che costoro non hanno alcuna competenza e non hanno capito nulla di quell’archiviazione, ma tant’è.
Chi ne ha voglia, si legga il documento che mia moglie ed io abbiamo scritto.
Si tengano presenti almeno tre cose: 1) noi, pur essendone ufficialmente protagonisti, non siamo mai stati messi al corrente del fatto che il processo era in corso e, dunque, non siamo stati mai ascoltati. Dell’archiviazione e di tutte le enormità riportate nel testo noi siamo stati avvertiti non dal tribunale ma da un amico oltre un anno dopo che il fatto era stato compiuto; 2) i consulenti che hanno portato all’archiviazione non hanno la minima competenza nel settore delle nanopatologie e non ne conoscono le tecniche analitiche (alcune loro critiche cadono proprio per questo al di là dell’assurdo); 3) approfittando della sua morte si attribuiscono al prof. Lorenzo Tomatis, il più grande oncologo italiano, considerazioni che, nella sua onestà, lui non mi ha mai esternato né mai l’avrebbe fatto con chiunque perché fuori delle sue competenze.
Chi ha tratto giovamento da quell’archiviazione? Beh, magari qualcuno provi ad indovinare e stili l’elenco.
Io ho taciuto per lungo tempo e ho sopportato. Adesso, però, basta. Fino a che non sarà reato provare il voltastomaco per questo paese, io lo proverò e lo dirò pubblicamente, a costo di smentire presidente della Repubblica, presidente del Consiglio, presidente della Camera e altri personaggi che, forse, dimenticano di controllare che cosa stanno dicendo e dimenticando pure che stanno parlando a chi in quel paese ci vive davvero.
http://www.stefanomontanari.net/sito/blog/2010-larchiviazione-del-processo-enel-a-rovigo.html#comments
Credo che ormai traspaia in tutta la sua evidenza il fatto che mi sto davvero stancando.
Essere per anni il bersaglio favorito dei trastulli di farabutti e d’imbecilli non è affatto divertente, e ancor meno lo è continuare a spingere un masso in salita per vederlo precipitare a valle non appena la vetta è raggiunta. Se, poi, a questo masso ci sta aggrappata una folla di persone, la fatica e la rabbia s’ingigantiscono.
Ho pazientato con una torma di seminfermi di mente. Ho fatto tutto quanto potevo per spiegare tranquillamente cose che pure non avrebbero avuto bisogno di spiegazione. Ho sempre chiesto un confronto pubblico con tutti i miei accusatori e, tranne la serata recente di Vinovo cui ha partecipato la tenera, in qualche modo eroica, signora andata allo sbaraglio a sostenere palesi assurdità smentite dai documenti e dalla cronologia, nessuno ha mai avuto il coraggio di affrontarmi. Strepitare davanti a migliaia di ragazzotti osannanti - peraltro tutti da assolvere per non aver compreso il fatto - e non dire una parola sulle porcherie supportate; lanciare fango nascosti dietro lo schermo di un computer collocato chissà dove ma sempre a distanza di sicurezza; approfittare viscidamente delle trappole offerte da una burocrazia acefala ed immorale: tutte cose che fanno parte del più volgare repertorio della pusillanimità e dell’ipocrisia mescolate insieme in un cocktail mortale.
Nel clima di squallore in cui siamo ormai costretti a sopravvivere, da tempo, ormai, i farabutti e gl’imbecilli di cui sopra si servono dell’archiviazione del processo penale contro l’Enel (http://www.lexambiente.it/aria/122/4327-Aria.%20Inquinamento%20da%20nanoparticelle%20(disastro%20ed%20omicidio%20colposo).html) per tentare d’invalidare le nostre ricerche, e questo a maggiore dimostrazione dell’ignoranza dei livelli che queste ricerche hanno raggiunto, livelli testimoniati pure dai tentativi di qualche ateneo italiano di appropriarsi dei risultati che noi abbiamo ottenuto ormai anni fa. È ovvio che costoro non hanno alcuna competenza e non hanno capito nulla di quell’archiviazione, ma tant’è.
Chi ne ha voglia, si legga il documento che mia moglie ed io abbiamo scritto.
Si tengano presenti almeno tre cose: 1) noi, pur essendone ufficialmente protagonisti, non siamo mai stati messi al corrente del fatto che il processo era in corso e, dunque, non siamo stati mai ascoltati. Dell’archiviazione e di tutte le enormità riportate nel testo noi siamo stati avvertiti non dal tribunale ma da un amico oltre un anno dopo che il fatto era stato compiuto; 2) i consulenti che hanno portato all’archiviazione non hanno la minima competenza nel settore delle nanopatologie e non ne conoscono le tecniche analitiche (alcune loro critiche cadono proprio per questo al di là dell’assurdo); 3) approfittando della sua morte si attribuiscono al prof. Lorenzo Tomatis, il più grande oncologo italiano, considerazioni che, nella sua onestà, lui non mi ha mai esternato né mai l’avrebbe fatto con chiunque perché fuori delle sue competenze.
Chi ha tratto giovamento da quell’archiviazione? Beh, magari qualcuno provi ad indovinare e stili l’elenco.
Io ho taciuto per lungo tempo e ho sopportato. Adesso, però, basta. Fino a che non sarà reato provare il voltastomaco per questo paese, io lo proverò e lo dirò pubblicamente, a costo di smentire presidente della Repubblica, presidente del Consiglio, presidente della Camera e altri personaggi che, forse, dimenticano di controllare che cosa stanno dicendo e dimenticando pure che stanno parlando a chi in quel paese ci vive davvero.
http://www.stefanomontanari.net/sito/blog/2010-larchiviazione-del-processo-enel-a-rovigo.html#comments
MORTE DI UN AMORE
http://www.stefanomontanari.net/sito/blog/2009-cara-italia-lamore-e-morto.html#comments
Cara Italia,
Amarti è stata per me una cosa naturale, naturale come lo è amare chi ti ha partorito. Amarti è stato facile, perché il tuo fascino di scrigno di tesori che non hanno uguale mi aveva stregato come aveva fatto per tanti prima di me e come, chissà, continuerà per chi mi seguirà.
Darmi da fare per te al limite delle mie capacità, per modeste che fossero e siano, non mi è costato sacrificio perché quello era l’imperativo categorico cui non avrei mai potuto non rispondere. E ora?
Ora l’amore è svanito in una nuvola di polveri, polveri tutt’altro che romanticamente ultrafini.
Senza che io avessi il diritto di stupirmene, visto che la Storia deve essere maestra, tu sei rimasta il bordello del grido dantesco sul cammino verso il Purgatorio, preda consenziente di satrapetti rapinosi, di faccendieri mutilati di ogni morale, di istituzioni indistinguibili dalle cosche, di araldi di un’informazione truffaldina, di cialtroni strepitanti in piazza. È così che hai ucciso l’amore: mostrando sguaiatamente la tua oscenità.
Io non sono che una delle tue vittime, e non certo la maggiore, ma è inevitabile che ognuno guardi a sé, e quello che io vedo è deludente, deprecabile, vergognoso.
A suo tempo la mia famiglia decise, facendolo in tutta libertà e, dunque, senza altra costrizione che non fosse l’impulso morale, di votarsi ad una ricerca scientifica nata da una scoperta straordinaria capitataci in mano forse per caso. Per questa sprememmo quanto avevamo messo da parte negli anni e per questa sopportammo insulti e angherie.
Se, da una parte, i risultati scientifici furono straordinari e tali promettono di perpetuarsi con la continuazione del lavoro, dall’altra mi sono dovuto imbattere nella feccia della feccia di questa tua società, e chi ha seguito le traversie attraverso cui siamo passati sa di che cosa parlo.
Oggi, dopo averci sottratto per la seconda volta lo strumento principe di lavoro, cioè il microscopio elettronico, ecco che ci chiudono la onlus Ricerca è Vita. Perché? Perché facciamo ricerca. Sì, questa è la motivazione, per stupefacente che sia.
Chi abbia voglia di dare un’occhiata ad Internet e cerchi le onlus che, con più o meno successo, si dedicano alla ricerca ne troverà a bizzeffe, tutte regolarmente aperte e funzionanti. Quelle differiscono pesantemente dalla nostra però: non danno fastidio a nessuno perché le loro ricerche non hanno l’effetto collaterale di minare affari miliardari sulla cui correttezza mi si permetta di eccepire. E differiscono dalla nostra perché non disturbano la vita tranquilla di istituzioni infedeli al proprio mandato.
Cara Italia, certo ne hai viste di peggiori, ma lascia che ti ragguagli brevemente su come la tua Agenzia delle Entrate di Prato ha liquidato la onlus. Un’istituzione (non è difficile indovinare quale) ha fatto notare che Ricerca è Vita si occupa, appunto come rivela il nome, di ricerca e tanto è bastato. Che importa se questo obiettivo era riportato nello statuto che era stato approvato senza difficoltà? Che importa se ad ottobre scorso la onlus era stata controllata e tutto era in regola? Che importa se dalla onlus non è mai stato tolto un centesimo e, dunque, non un centesimo è andato alla ricerca? Come avrà fatto l’Agenzia delle Entrate di Prato a stabilire che la onlus supporta la ricerca? Perché no alla ricerca? L’importante era chiuderci e farlo con decisione retroattiva, tanto per essere più sicuri.
Ora, cara Italia, come per tutti gli amori finiti così, resta la tristezza di una delusione cocente e, lascia che te lo dica, resta uno schifo incoercibile.
Stefano Montanari
P.S. per i donatori che hanno detratto la donazione: Ricerca è Vita li terrà indenni.
Cara Italia,
Amarti è stata per me una cosa naturale, naturale come lo è amare chi ti ha partorito. Amarti è stato facile, perché il tuo fascino di scrigno di tesori che non hanno uguale mi aveva stregato come aveva fatto per tanti prima di me e come, chissà, continuerà per chi mi seguirà.
Darmi da fare per te al limite delle mie capacità, per modeste che fossero e siano, non mi è costato sacrificio perché quello era l’imperativo categorico cui non avrei mai potuto non rispondere. E ora?
Ora l’amore è svanito in una nuvola di polveri, polveri tutt’altro che romanticamente ultrafini.
Senza che io avessi il diritto di stupirmene, visto che la Storia deve essere maestra, tu sei rimasta il bordello del grido dantesco sul cammino verso il Purgatorio, preda consenziente di satrapetti rapinosi, di faccendieri mutilati di ogni morale, di istituzioni indistinguibili dalle cosche, di araldi di un’informazione truffaldina, di cialtroni strepitanti in piazza. È così che hai ucciso l’amore: mostrando sguaiatamente la tua oscenità.
Io non sono che una delle tue vittime, e non certo la maggiore, ma è inevitabile che ognuno guardi a sé, e quello che io vedo è deludente, deprecabile, vergognoso.
A suo tempo la mia famiglia decise, facendolo in tutta libertà e, dunque, senza altra costrizione che non fosse l’impulso morale, di votarsi ad una ricerca scientifica nata da una scoperta straordinaria capitataci in mano forse per caso. Per questa sprememmo quanto avevamo messo da parte negli anni e per questa sopportammo insulti e angherie.
Se, da una parte, i risultati scientifici furono straordinari e tali promettono di perpetuarsi con la continuazione del lavoro, dall’altra mi sono dovuto imbattere nella feccia della feccia di questa tua società, e chi ha seguito le traversie attraverso cui siamo passati sa di che cosa parlo.
Oggi, dopo averci sottratto per la seconda volta lo strumento principe di lavoro, cioè il microscopio elettronico, ecco che ci chiudono la onlus Ricerca è Vita. Perché? Perché facciamo ricerca. Sì, questa è la motivazione, per stupefacente che sia.
Chi abbia voglia di dare un’occhiata ad Internet e cerchi le onlus che, con più o meno successo, si dedicano alla ricerca ne troverà a bizzeffe, tutte regolarmente aperte e funzionanti. Quelle differiscono pesantemente dalla nostra però: non danno fastidio a nessuno perché le loro ricerche non hanno l’effetto collaterale di minare affari miliardari sulla cui correttezza mi si permetta di eccepire. E differiscono dalla nostra perché non disturbano la vita tranquilla di istituzioni infedeli al proprio mandato.
Cara Italia, certo ne hai viste di peggiori, ma lascia che ti ragguagli brevemente su come la tua Agenzia delle Entrate di Prato ha liquidato la onlus. Un’istituzione (non è difficile indovinare quale) ha fatto notare che Ricerca è Vita si occupa, appunto come rivela il nome, di ricerca e tanto è bastato. Che importa se questo obiettivo era riportato nello statuto che era stato approvato senza difficoltà? Che importa se ad ottobre scorso la onlus era stata controllata e tutto era in regola? Che importa se dalla onlus non è mai stato tolto un centesimo e, dunque, non un centesimo è andato alla ricerca? Come avrà fatto l’Agenzia delle Entrate di Prato a stabilire che la onlus supporta la ricerca? Perché no alla ricerca? L’importante era chiuderci e farlo con decisione retroattiva, tanto per essere più sicuri.
Ora, cara Italia, come per tutti gli amori finiti così, resta la tristezza di una delusione cocente e, lascia che te lo dica, resta uno schifo incoercibile.
Stefano Montanari
P.S. per i donatori che hanno detratto la donazione: Ricerca è Vita li terrà indenni.
domenica 11 luglio 2010
LA GUERRA DI TUTTI
DI ANTONIETTA GATTI
Siamo ogni giorno in guerra e pochi lo sanno. Il nostro corpo, sì: il nostro corpo lo sa e ci avverte, prima
gentilmente, con segnali magari appena percettibili, poi via via più forti, fino ad essere tali da farci
forzatamente ammettere che siamo malati. Così si va dal medico, gli si elencano i sintomi e quello non ne
ricava nulla. Ci prescrive un po’ di tutto, una bella ricetta lunga, un farmaco per ogni sintomo, ma di diagnosi
vera nemmeno l’ombra. Malattie psicosomatiche: stiamo diventando tutti matti. Questa è la diagnosi più
comoda. Di fatto, oggi l’incidenza delle varie malattie non è quella di una tempo, e non parlo di secoli:
qualche anno appena. Chi ha mai visto tante allergie, tante intolleranze alimentari come la malattia celiaca,
tanto per non fare che un esempio, tanti casi di asma? I bambini di oggi sono incomparabilmente più
soggetti a queste malattie rispetto a quelli di appena una generazione fa. Ci sono addirittura malattie o,
meglio, sindromi, vale a dire collezioni di sintomi, per le quali ci si è dovuti inventare un nome, e basti citare
le cosiddette Sindromi del Golfo e dei Balcani. Perché? Che cosa è cambiato così radicalmente in un tempo
tanto breve? Noi siamo addestrati ad omologare il concetto generale di progresso con quello qualificato di
progresso tecnologico. Non è questa la sede per dibattere una questione del genere, ma, dal punto di vista
dell’oggettività, è impossibile negare che l’introduzione massiccia di tecnologie abbia introdotto qualcosa
nell’ambiente che prima non c’era. Lo so, il concetto, la parola stessa fanno storcere il naso a molti, ma quel
qualcosa si chiama inquinamento. Prendiamo ad esempio la polvere cittadina. Trovarci Cerio o Platino dieci
anni fa sarebbe stata un’evenienza rara quando non impossibile. Oggi questi metalli ci sono, stanno sospesi
in aria a livello del naso, sono in forma di granelli minutissimi di polvere visibili solo a fortissimi ingrandimenti
e derivano principalmente dai filtri antiparticolato, i cosiddetti FAP, e dalle marmitte catalitiche. Nei fatti, una
pezza che potrebbe essere peggiore del buco, come si dice da qualche parte, e peggiore perché queste
polveri sono più fini di quelle che si propongono di eliminare, tentando questo in contrasto con le leggi
elementari della fisica. Dunque, quando sono inevitabilmente respirate finiscono altrettanto inevitabilmente
nelle parti più profonde dell’organismo da cui, poi, non escono più e dove fanno guai. Piaccia o no, questo
concetto è ormai inoppugnabile e lo si trova addirittura sui periodici dell’ARPA (Agenzia per l’Ambiente). Noi
di utilizzare o finanche di eliminare, questa roba non siamo capaci: il nostro organismo gradisce solo
Ossigeno e questo gas è in diminuzione percentuale nell’atmosfera, mentre una miriade d’inquinanti d’ogni
specie, tra cui una varietà quasi infinita di nuove polveri, molti dei quali ci sono poco conosciuti o del tutto
ignoti, entrano giornalmente nella nostra “dieta gassosa”. Diamo un’occhiata al numero 21 del 31 maggio
dell'Espresso e all’articolo sul cancro, tutto sommato “buonista”, con tanto di mappe geografiche dei luoghi
più incriminati. I dati epidemiologici indicano che nel nostro Paese, in circa 20 anni, c’è stato un incremento
“tra il e il 20 % di linfomi e leucemie, + del 37% di aumento di mesoteliomi nelle donne. +27% di tumore della
mammella, + 8-10% di tumori al cervello e+14-20% di tumori al fegato.” Ma la cosa più agghiacciante sono i
tumori nei bambini “+ 1.3 % anno per tutti i tumori anche se l’aumento maggiore riguarda il neuroblastoma in
Piemonte.” Ma occorre fare molta attenzione a questi dati epidemiologici. Per eseguire una ricerca di questo
tipo occorrono di norma tempi lunghi, spesso anche ben superiori al decennio, e in questo lasso di tempo
occorrerebbe godere di condizioni stabili. Ciò che accade, invece, è che l’inquinamento progredisce a
velocità crescente e le condizioni d’inizio ricerca sono lontanissime da quelle di fine ricerca, privando così di
una parte di significatività i dati ricavati. Inoltre, esistono malattie che non vengono tradizionalmente legate
all’inquinamento e di queste poco o nulla si tiene conto in queste disamine. Tra queste, molte affezioni come
il Morbo di Parkinson o il Morbo di Alzheimer la cui relazione con “avvelenamenti” ambientali è sempre più
sospetta. Ma con loro, diverse altre patologie neurologiche, della sfera riproduttiva, di quella endocrina, per
non dire di quelle cardiovascolari, dagl’infarti alle tromboembolie polmonari. Inutile, ingenuo e, soprattutto,
deleterio negarlo: “I tumori con forte componente ambientale superano il 50% del totale,” afferma il prof.
Lorenzo Tomatis, monumento dell’oncologia internazionale, sempre che vogliamo limitarci a considerare
solo queste patologie. E queste patologie, tutte, progrediscono, e a livello di mondo globale, assolutamente
in parallelo con il grado d’industrializzazione, un fenomeno che porta con sé non solo fumi con polveri nocive
da respirare ma comporta pure una contaminazione forse ancor più subdola dell’ambiente, ad esempio
dell'erba che gli animali mangiano e del grano, della frutta e della verdura che ci mangiamo anche noi. E
industrializzazione vuol dire anche scarichi di composizione più o meno rivelata che finiscono ovunque, il
che significa spesso nelle falde acquifere e in quell’acqua che va nei fiumi e poi al mare. Lì, nei fiumi e nel
mare, quegli scarichi avvelenano alghe, molluschi e pesci che noi mangiamo. Ma forse fanno anche di
peggio, pur se la cosa non è immediatamente vistosa: avvelenano il plancton, che è ai piedi della catena
alimentare, una catena della quale noi, gli uomini, stiamo al vertice e, minandone le basi, attentiamo
efficacemente a noi stessi. Un concetto basilare e ineludibile dell’ecologia è che un essere vivente che
distrugge il proprio habitat è inevitabilmente destinato ad estinguersi. Noi uomini siamo l’unico animale
inquinante e l’inquinamento che produciamo non siamo capaci di distruggerlo ma solo, e perché l’universo è
concepito in questa maniera e noi non ci possiamo fare nulla, al massimo di trasformarlo, vedi ciò che
combinano gl’inceneritori. Nascondiamo pure tutto sotto il tappeto: alla fine, quel tutto ce lo ritroveremo da
qualche parte dove non dovrebbe esserci. Magari dentro di noi. Di questi meccanismi ne cominciano, e con
apparente sorpresa, a sapere qualcosa i paesi in via di sviluppo, ad esempio la Cina, che hanno visto
crescere esponenzialmente patologie letali là dove è arrivata l'industrializzazione senza accanto la
consapevolezza di ciò che produce questa varietà di progresso. Un esempio per tutti: esiste un luogo,
restando in Cina, dove vengono portati i computer di tutto il mondo. Là, operai estraggono tutto quanto abbia
un valore commerciale, come piccoli pezzi d'Oro o di metalli pregiati che poi sono rivenduti per qualche
dollaro, tanto da permettere loro di mangiare. Questi pezzi vengono dissaldati con piccole combustioni
(dissaldature) senza nessuna protezione per l'operatore. In tempi brevi, questi uomini si ammalano di
patologie polmonari fino al cancro. E l’India non è da meno: laggiù ci sono bambini che recuperano il Piombo
dalle batterie e non sanno che insieme al pane che mangiano senza alcuna consapevolezza e fuori da ogni
igiene ne ricavano anche una contaminazione interna che li porta alla morte precocemente. L’ho detto:
l’organismo prima protesta con educazione, poi reagisce come sa: con la malattia. Le polveri sottili che noi
generiamo, ben più sottili di quelle che anche la Natura genera in modesta quantità ad esempio con i
vulcani, sono capaci di penetrare nelle parti più profonde del nostro corpo, interagiscono con le cellule e
addirittura con il nostro patrimonio genetico, alterandolo in maniera irreversibile. I vari tipi di cancro dei
tessuti, duri e molli, sono l'espressione di quello scontro. Il tutto avviene senza clamore, mentre noi siamo a
goderci il progresso. Distogliere lo sguardo, coprirsi gli occhi come troppo spesso facciamo non serve: basta
solo dare un’occhiata nella giusta direzione e si trova traccia, testimonianza di questi scontri. E' guerra, ma
per ora è una guerra in cui il genere umano è destinato a perdere. I farmaci che stiamo mettendo in campo
sono rozzi e talvolta molto più insidiosi di questa polvere nuova e inaspettata, di tutti questi inquinanti di cui
così poco sappiamo. Alcuni medici, anche di grido, sono immersi fino al collo in questo disastro e non se ne
accorgono. Continuano grottescamente a cercare la spiegazione di queste malattie in molecole del basilico o
ipotizzano altre facezie, magari tessendo invece le lodi di centrali elettriche al carbone di cui non capiscono
neanche il meccanismo ingegneristico o pretendendo d’ignorare le leggi universali della conservazione della
materia. Nel ’56 a Londra ci fu una strage da smog. La gente respirava polvere di carbone, la nebbia che i
londinesi di allora chiamavano affettuosamente “zuppa di piselli” e che era quasi un’attrazione turistica. Si
capì che uccideva. Si disse basta al carbone. Purtroppo la storia insegna solo a chi è in grado di capire e
recepire. Per gli altri, la storia è solo la più fastidiosa e inascoltata delle maestre. Ci sono medici che vedono
che nella loro città queste patologie crescono e tuttavia non arrivano al ragionamento logico di causa-effetto,
pretendendo pigramente “prove sicure”, studi epidemiologici lunghi, costosi e, di solito, mal confezionati,
prima di dare il loro autorevole parere. Gli studi epidemiologici sono fatti da medici e basta, e questi sono
troppo poco esperti di ambiente, del comportamento in atmosfera degl’inquinanti, di chimica, di processi
industriali, di biocompatibilità chimica o fisica delle polveri. Il risultato è che pertanto nello studio non entrerà
la causa vera della patologia o, al massimo, entrerà solo qualche ingrediente della ricetta. E un rischio, non
certo il solo, è quello di eseguire confronti insensati con altre popolazioni. Se, ad esempio, si farà ciò che si
progetta in Emilia Romagna, cioè si valuterà una varietà di patologie entro un raggio di 4 km da un
inceneritore e si confronteranno quei dati con patologie sopravvenute entro raggi di poco superiori, il risultato
sarà che non ci sono differenze e questo sarà un alibi eccellente per assolvere l’inceneritore. In realtà, le
polveri veramente patogeniche, ben inferiori alle PM10, che escono da quegl’impianti si distribuiscono su
territori vasti e, dunque, 4 km o 10 farà poca differenza. Tener conto, poi, solo di alcune malattie
trascurandone altre è un ulteriore elemento di confusione. Ma questo si fa più o meno ovunque perché le
ricerche epidemiologiche sono spesso messe in atto perché diano un risultato prestabilito. E allora si
strombazzeranno risultati non solo inutili, ma, in quei casi, fuorvianti. Più interessante e molto meno
rischioso, se non altro perché meno manipolabile, sarebbe solo il dato censorio, statistico dell’incidenza di
tali patologie. Ciò che più è triste è che la guerra per la nostra sopravvivenza non ha alleati. L’Espresso
mostra una mappa dell’Italia dove ci sono fabbriche con tanto di nome e cognome e intorno cui c’è una
grande incidenza di malattie tumorali. Malattie che, chiedo scusa se mi ripeto, sono tutt’altro che le sole da
considerare. Ci si aspetterebbe che vi fossero in atto misure di contenimento, di prevenzione. Nossignore:
niente di tutto questo. Chi si alza a denunciare la situazione viene zittito, viene tacciato addirittura di
“terrorismo” come se terrorista fosse non chi mette le bombe ma chi tenta di disinnescarle, perché la logica
degl’interessi economici è forte e prevale su qualche bara, anche se la bara è bianca. Esiste poi la lobby del
farmaco. Cancro vuol dire medicine, cioè business, quindi fare prevenzione primaria, quella che evita di
ammalarsi, vuol dire perdita di guadagno. Non ha molta importanza se alcune medicine sono più letali della
malattia stessa, l’importante è vendere. Con il tasso d’incremento del cancro, le multinazionali del farmaco
diventano sempre più ricche. Questo guadagno è in minima parte condiviso con scienziati o, tristemente,
pseudo-tali, non certo per studiare come prevenire il cancro, ma come prolungare la vita al paziente. Più
questo vive, più farmaci consuma. Allora, è una guerra persa in partenza. Ci siamo tutti, ma chi paga il conto
più salato di questa industrializzazione sconsiderata e frettolosa, senza che ci si prenda il tempo di
controllarne sul serio gli effetti, e di tutto ciò che ne consegue, sono i bambini ed i vecchi. E' la strage
degl’innocenti.
Siamo ogni giorno in guerra e pochi lo sanno. Il nostro corpo, sì: il nostro corpo lo sa e ci avverte, prima
gentilmente, con segnali magari appena percettibili, poi via via più forti, fino ad essere tali da farci
forzatamente ammettere che siamo malati. Così si va dal medico, gli si elencano i sintomi e quello non ne
ricava nulla. Ci prescrive un po’ di tutto, una bella ricetta lunga, un farmaco per ogni sintomo, ma di diagnosi
vera nemmeno l’ombra. Malattie psicosomatiche: stiamo diventando tutti matti. Questa è la diagnosi più
comoda. Di fatto, oggi l’incidenza delle varie malattie non è quella di una tempo, e non parlo di secoli:
qualche anno appena. Chi ha mai visto tante allergie, tante intolleranze alimentari come la malattia celiaca,
tanto per non fare che un esempio, tanti casi di asma? I bambini di oggi sono incomparabilmente più
soggetti a queste malattie rispetto a quelli di appena una generazione fa. Ci sono addirittura malattie o,
meglio, sindromi, vale a dire collezioni di sintomi, per le quali ci si è dovuti inventare un nome, e basti citare
le cosiddette Sindromi del Golfo e dei Balcani. Perché? Che cosa è cambiato così radicalmente in un tempo
tanto breve? Noi siamo addestrati ad omologare il concetto generale di progresso con quello qualificato di
progresso tecnologico. Non è questa la sede per dibattere una questione del genere, ma, dal punto di vista
dell’oggettività, è impossibile negare che l’introduzione massiccia di tecnologie abbia introdotto qualcosa
nell’ambiente che prima non c’era. Lo so, il concetto, la parola stessa fanno storcere il naso a molti, ma quel
qualcosa si chiama inquinamento. Prendiamo ad esempio la polvere cittadina. Trovarci Cerio o Platino dieci
anni fa sarebbe stata un’evenienza rara quando non impossibile. Oggi questi metalli ci sono, stanno sospesi
in aria a livello del naso, sono in forma di granelli minutissimi di polvere visibili solo a fortissimi ingrandimenti
e derivano principalmente dai filtri antiparticolato, i cosiddetti FAP, e dalle marmitte catalitiche. Nei fatti, una
pezza che potrebbe essere peggiore del buco, come si dice da qualche parte, e peggiore perché queste
polveri sono più fini di quelle che si propongono di eliminare, tentando questo in contrasto con le leggi
elementari della fisica. Dunque, quando sono inevitabilmente respirate finiscono altrettanto inevitabilmente
nelle parti più profonde dell’organismo da cui, poi, non escono più e dove fanno guai. Piaccia o no, questo
concetto è ormai inoppugnabile e lo si trova addirittura sui periodici dell’ARPA (Agenzia per l’Ambiente). Noi
di utilizzare o finanche di eliminare, questa roba non siamo capaci: il nostro organismo gradisce solo
Ossigeno e questo gas è in diminuzione percentuale nell’atmosfera, mentre una miriade d’inquinanti d’ogni
specie, tra cui una varietà quasi infinita di nuove polveri, molti dei quali ci sono poco conosciuti o del tutto
ignoti, entrano giornalmente nella nostra “dieta gassosa”. Diamo un’occhiata al numero 21 del 31 maggio
dell'Espresso e all’articolo sul cancro, tutto sommato “buonista”, con tanto di mappe geografiche dei luoghi
più incriminati. I dati epidemiologici indicano che nel nostro Paese, in circa 20 anni, c’è stato un incremento
“tra il e il 20 % di linfomi e leucemie, + del 37% di aumento di mesoteliomi nelle donne. +27% di tumore della
mammella, + 8-10% di tumori al cervello e+14-20% di tumori al fegato.” Ma la cosa più agghiacciante sono i
tumori nei bambini “+ 1.3 % anno per tutti i tumori anche se l’aumento maggiore riguarda il neuroblastoma in
Piemonte.” Ma occorre fare molta attenzione a questi dati epidemiologici. Per eseguire una ricerca di questo
tipo occorrono di norma tempi lunghi, spesso anche ben superiori al decennio, e in questo lasso di tempo
occorrerebbe godere di condizioni stabili. Ciò che accade, invece, è che l’inquinamento progredisce a
velocità crescente e le condizioni d’inizio ricerca sono lontanissime da quelle di fine ricerca, privando così di
una parte di significatività i dati ricavati. Inoltre, esistono malattie che non vengono tradizionalmente legate
all’inquinamento e di queste poco o nulla si tiene conto in queste disamine. Tra queste, molte affezioni come
il Morbo di Parkinson o il Morbo di Alzheimer la cui relazione con “avvelenamenti” ambientali è sempre più
sospetta. Ma con loro, diverse altre patologie neurologiche, della sfera riproduttiva, di quella endocrina, per
non dire di quelle cardiovascolari, dagl’infarti alle tromboembolie polmonari. Inutile, ingenuo e, soprattutto,
deleterio negarlo: “I tumori con forte componente ambientale superano il 50% del totale,” afferma il prof.
Lorenzo Tomatis, monumento dell’oncologia internazionale, sempre che vogliamo limitarci a considerare
solo queste patologie. E queste patologie, tutte, progrediscono, e a livello di mondo globale, assolutamente
in parallelo con il grado d’industrializzazione, un fenomeno che porta con sé non solo fumi con polveri nocive
da respirare ma comporta pure una contaminazione forse ancor più subdola dell’ambiente, ad esempio
dell'erba che gli animali mangiano e del grano, della frutta e della verdura che ci mangiamo anche noi. E
industrializzazione vuol dire anche scarichi di composizione più o meno rivelata che finiscono ovunque, il
che significa spesso nelle falde acquifere e in quell’acqua che va nei fiumi e poi al mare. Lì, nei fiumi e nel
mare, quegli scarichi avvelenano alghe, molluschi e pesci che noi mangiamo. Ma forse fanno anche di
peggio, pur se la cosa non è immediatamente vistosa: avvelenano il plancton, che è ai piedi della catena
alimentare, una catena della quale noi, gli uomini, stiamo al vertice e, minandone le basi, attentiamo
efficacemente a noi stessi. Un concetto basilare e ineludibile dell’ecologia è che un essere vivente che
distrugge il proprio habitat è inevitabilmente destinato ad estinguersi. Noi uomini siamo l’unico animale
inquinante e l’inquinamento che produciamo non siamo capaci di distruggerlo ma solo, e perché l’universo è
concepito in questa maniera e noi non ci possiamo fare nulla, al massimo di trasformarlo, vedi ciò che
combinano gl’inceneritori. Nascondiamo pure tutto sotto il tappeto: alla fine, quel tutto ce lo ritroveremo da
qualche parte dove non dovrebbe esserci. Magari dentro di noi. Di questi meccanismi ne cominciano, e con
apparente sorpresa, a sapere qualcosa i paesi in via di sviluppo, ad esempio la Cina, che hanno visto
crescere esponenzialmente patologie letali là dove è arrivata l'industrializzazione senza accanto la
consapevolezza di ciò che produce questa varietà di progresso. Un esempio per tutti: esiste un luogo,
restando in Cina, dove vengono portati i computer di tutto il mondo. Là, operai estraggono tutto quanto abbia
un valore commerciale, come piccoli pezzi d'Oro o di metalli pregiati che poi sono rivenduti per qualche
dollaro, tanto da permettere loro di mangiare. Questi pezzi vengono dissaldati con piccole combustioni
(dissaldature) senza nessuna protezione per l'operatore. In tempi brevi, questi uomini si ammalano di
patologie polmonari fino al cancro. E l’India non è da meno: laggiù ci sono bambini che recuperano il Piombo
dalle batterie e non sanno che insieme al pane che mangiano senza alcuna consapevolezza e fuori da ogni
igiene ne ricavano anche una contaminazione interna che li porta alla morte precocemente. L’ho detto:
l’organismo prima protesta con educazione, poi reagisce come sa: con la malattia. Le polveri sottili che noi
generiamo, ben più sottili di quelle che anche la Natura genera in modesta quantità ad esempio con i
vulcani, sono capaci di penetrare nelle parti più profonde del nostro corpo, interagiscono con le cellule e
addirittura con il nostro patrimonio genetico, alterandolo in maniera irreversibile. I vari tipi di cancro dei
tessuti, duri e molli, sono l'espressione di quello scontro. Il tutto avviene senza clamore, mentre noi siamo a
goderci il progresso. Distogliere lo sguardo, coprirsi gli occhi come troppo spesso facciamo non serve: basta
solo dare un’occhiata nella giusta direzione e si trova traccia, testimonianza di questi scontri. E' guerra, ma
per ora è una guerra in cui il genere umano è destinato a perdere. I farmaci che stiamo mettendo in campo
sono rozzi e talvolta molto più insidiosi di questa polvere nuova e inaspettata, di tutti questi inquinanti di cui
così poco sappiamo. Alcuni medici, anche di grido, sono immersi fino al collo in questo disastro e non se ne
accorgono. Continuano grottescamente a cercare la spiegazione di queste malattie in molecole del basilico o
ipotizzano altre facezie, magari tessendo invece le lodi di centrali elettriche al carbone di cui non capiscono
neanche il meccanismo ingegneristico o pretendendo d’ignorare le leggi universali della conservazione della
materia. Nel ’56 a Londra ci fu una strage da smog. La gente respirava polvere di carbone, la nebbia che i
londinesi di allora chiamavano affettuosamente “zuppa di piselli” e che era quasi un’attrazione turistica. Si
capì che uccideva. Si disse basta al carbone. Purtroppo la storia insegna solo a chi è in grado di capire e
recepire. Per gli altri, la storia è solo la più fastidiosa e inascoltata delle maestre. Ci sono medici che vedono
che nella loro città queste patologie crescono e tuttavia non arrivano al ragionamento logico di causa-effetto,
pretendendo pigramente “prove sicure”, studi epidemiologici lunghi, costosi e, di solito, mal confezionati,
prima di dare il loro autorevole parere. Gli studi epidemiologici sono fatti da medici e basta, e questi sono
troppo poco esperti di ambiente, del comportamento in atmosfera degl’inquinanti, di chimica, di processi
industriali, di biocompatibilità chimica o fisica delle polveri. Il risultato è che pertanto nello studio non entrerà
la causa vera della patologia o, al massimo, entrerà solo qualche ingrediente della ricetta. E un rischio, non
certo il solo, è quello di eseguire confronti insensati con altre popolazioni. Se, ad esempio, si farà ciò che si
progetta in Emilia Romagna, cioè si valuterà una varietà di patologie entro un raggio di 4 km da un
inceneritore e si confronteranno quei dati con patologie sopravvenute entro raggi di poco superiori, il risultato
sarà che non ci sono differenze e questo sarà un alibi eccellente per assolvere l’inceneritore. In realtà, le
polveri veramente patogeniche, ben inferiori alle PM10, che escono da quegl’impianti si distribuiscono su
territori vasti e, dunque, 4 km o 10 farà poca differenza. Tener conto, poi, solo di alcune malattie
trascurandone altre è un ulteriore elemento di confusione. Ma questo si fa più o meno ovunque perché le
ricerche epidemiologiche sono spesso messe in atto perché diano un risultato prestabilito. E allora si
strombazzeranno risultati non solo inutili, ma, in quei casi, fuorvianti. Più interessante e molto meno
rischioso, se non altro perché meno manipolabile, sarebbe solo il dato censorio, statistico dell’incidenza di
tali patologie. Ciò che più è triste è che la guerra per la nostra sopravvivenza non ha alleati. L’Espresso
mostra una mappa dell’Italia dove ci sono fabbriche con tanto di nome e cognome e intorno cui c’è una
grande incidenza di malattie tumorali. Malattie che, chiedo scusa se mi ripeto, sono tutt’altro che le sole da
considerare. Ci si aspetterebbe che vi fossero in atto misure di contenimento, di prevenzione. Nossignore:
niente di tutto questo. Chi si alza a denunciare la situazione viene zittito, viene tacciato addirittura di
“terrorismo” come se terrorista fosse non chi mette le bombe ma chi tenta di disinnescarle, perché la logica
degl’interessi economici è forte e prevale su qualche bara, anche se la bara è bianca. Esiste poi la lobby del
farmaco. Cancro vuol dire medicine, cioè business, quindi fare prevenzione primaria, quella che evita di
ammalarsi, vuol dire perdita di guadagno. Non ha molta importanza se alcune medicine sono più letali della
malattia stessa, l’importante è vendere. Con il tasso d’incremento del cancro, le multinazionali del farmaco
diventano sempre più ricche. Questo guadagno è in minima parte condiviso con scienziati o, tristemente,
pseudo-tali, non certo per studiare come prevenire il cancro, ma come prolungare la vita al paziente. Più
questo vive, più farmaci consuma. Allora, è una guerra persa in partenza. Ci siamo tutti, ma chi paga il conto
più salato di questa industrializzazione sconsiderata e frettolosa, senza che ci si prenda il tempo di
controllarne sul serio gli effetti, e di tutto ciò che ne consegue, sono i bambini ed i vecchi. E' la strage
degl’innocenti.
giovedì 8 luglio 2010
QUANTA ACQUA USANO LE CENTRALI NUCLEARI?
Oltre a tutti gli altri punti deboli, l’energia nucleare presenta un grosso problema: La quantità spropositata di acqua necessaria per il funzionamento delle centrali. Lo fa notare una lettera comparsa ieri sul sito del Corriere della Sera. L’Union of Concerned Scientists ha anche pubblicato un’equazione che consente di calcolare di quanta acqua ha bisogno una centrale nucleare per il solo raffreddamento.
Se ne deduce che un impianto da 1000 Megawatt (Caorso era da 830 Megawatt) richiederebbe per il raffreddamento quasi un terzo dell’acqua che scorre nel Po a Torino.
La lettera al Corriere della Sera è firmata da Daniele Biagi. I brani secondo me più significativi.
“Forse non tutti i parlamentari sanno che l’elettricità prodotta da una centrale nucleare non viene generata direttamente dalla reazione atomica ma da una convenzionale turbina a vapore“.
“La fissione del materiale radioattivo produce un aumento della temperatura nel cuore della centrale, questa energia sotto forma di calore viene sfruttata per innalzare la temperatura di un’enorme quantità d’acqua, il vapore generato aziona delle turbine capaci di produrre energia elettrica”.
“L’acqua è spesso usata anche come moderatore per evitare che il nucleo raggiunga temperature troppo elevate”.
La lettera cita poi dati ufficiali della Environment Agency inglese a proposito dei “6.637.306 metri cubi d’acqua all’anno usati da un singolo impianto”. Si tratta dell’acqua che la centrale nucleare di Sellafield, ora in disarmo, era autorizzata a prelevare da un vicino lago.
Considera poi la situazione della Francia nucleare, molto più ricca di acqua rispetto all’Italia ma che “ha dovuto più volte rallentare la produzione di energia elettrica delle proprie centrali per mancanza d’acqua!”.
Ancora: “Stime indicano che in Francia il 40% di tutta l’acqua consumata è usata nelle centrali atomiche“. Lo dice Jeremy Rifkin in un’intervista al blog di Beppe Grillo del giugno scorso. Vi si accenna anche ai problemi avuto dalle centrali durante la caldissima e secca estate del 2003.
E infine, l’equazione. L’Union of Concerned Scientist degli Stati Uniti ha pubblicato un dossier intitolato Got Water? sulle necessità di acqua per i soli impianti di raffreddamento delle centrali nucleari e sui connessi problemi di sicurezza.
Il dossier spiega anche come si calcola l’acqua necessaria a raffreddare il reattore: non quella che serve per produrre vapore ed energia elettrica.
L’esempio è riferito ad un reattore in grado di generare 1000 Megawatt, e all’acqua presa da un fiume - o da un lago, o dal mare - e ad esso resa riscaldata.
Ebbene, servono 2.596.792 metri cubi di acqua al giorno. Cioè 108.199 metri cubi d’acqua all’ora, 1.803 metri cubi d’acqua al minuto, 30,05 metri cubi di acqua al secondo. Quasi un terzo della portata del Po a Torino, appunto.
http://www.alternativamente.info/ambiente/quanta-acqua-usano-le-centrali-nucleari.html
Se ne deduce che un impianto da 1000 Megawatt (Caorso era da 830 Megawatt) richiederebbe per il raffreddamento quasi un terzo dell’acqua che scorre nel Po a Torino.
La lettera al Corriere della Sera è firmata da Daniele Biagi. I brani secondo me più significativi.
“Forse non tutti i parlamentari sanno che l’elettricità prodotta da una centrale nucleare non viene generata direttamente dalla reazione atomica ma da una convenzionale turbina a vapore“.
“La fissione del materiale radioattivo produce un aumento della temperatura nel cuore della centrale, questa energia sotto forma di calore viene sfruttata per innalzare la temperatura di un’enorme quantità d’acqua, il vapore generato aziona delle turbine capaci di produrre energia elettrica”.
“L’acqua è spesso usata anche come moderatore per evitare che il nucleo raggiunga temperature troppo elevate”.
La lettera cita poi dati ufficiali della Environment Agency inglese a proposito dei “6.637.306 metri cubi d’acqua all’anno usati da un singolo impianto”. Si tratta dell’acqua che la centrale nucleare di Sellafield, ora in disarmo, era autorizzata a prelevare da un vicino lago.
Considera poi la situazione della Francia nucleare, molto più ricca di acqua rispetto all’Italia ma che “ha dovuto più volte rallentare la produzione di energia elettrica delle proprie centrali per mancanza d’acqua!”.
Ancora: “Stime indicano che in Francia il 40% di tutta l’acqua consumata è usata nelle centrali atomiche“. Lo dice Jeremy Rifkin in un’intervista al blog di Beppe Grillo del giugno scorso. Vi si accenna anche ai problemi avuto dalle centrali durante la caldissima e secca estate del 2003.
E infine, l’equazione. L’Union of Concerned Scientist degli Stati Uniti ha pubblicato un dossier intitolato Got Water? sulle necessità di acqua per i soli impianti di raffreddamento delle centrali nucleari e sui connessi problemi di sicurezza.
Il dossier spiega anche come si calcola l’acqua necessaria a raffreddare il reattore: non quella che serve per produrre vapore ed energia elettrica.
L’esempio è riferito ad un reattore in grado di generare 1000 Megawatt, e all’acqua presa da un fiume - o da un lago, o dal mare - e ad esso resa riscaldata.
Ebbene, servono 2.596.792 metri cubi di acqua al giorno. Cioè 108.199 metri cubi d’acqua all’ora, 1.803 metri cubi d’acqua al minuto, 30,05 metri cubi di acqua al secondo. Quasi un terzo della portata del Po a Torino, appunto.
http://www.alternativamente.info/ambiente/quanta-acqua-usano-le-centrali-nucleari.html
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