Le strane amicizie di Antonio Di Pietro
Di Pietro e D’Adamo: i fatti non lasciano spazi a dubbi: Fra i due un legame c’era e era un legame forte. Non ci sono dubbi neppure sulla “beneficenza” che Di Pietro ha ricevuto da D’Adamo in termini di prestiti senza interessi e senza condizioni per la loro restituzione, di auto, case, telefonini, vestiti, alberghi, biglietti aerei e via dicendo. E ciò rende plausibile che l’imprenditore potesse parlare liberamente con il suo amico magistrato e quindi prospettargli anche l’opportunità di avere un occhio di riguardo per colui, Pacini Battaglia, che così munificamente gli veniva incontro in un momento di grave crisi delle sue crisi commerciali. E questa – si badi bene – è soltanto un ipotesi riduttiva, valida se proprio si vuole dubitare su quanto affermato dall’ingegnere, e cioè che sia stato proprio Di Pietro ad indirizzarlo al banchiere, in quanto, presso di lui, avrebbe trovato “porte aperte”.
Di Pietro e Pacini Battaglia: l’indagine della Procura milanese a carico del faccendiere italo-svizzero venne gestita in maniera quasi esclusiva dal sostituto procuratore Antonio Di Pietro: I fatti ci dicono molte cose. Ad esempio che, nell’ambito di questa conduzione personalizzata:
- Pacini Battaglia, pur raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare, non soffrì alcuna carcerazione;
- Lo stesso Pacini acquisì lo “status” di collaboratore d’ufficio guidato da Di Pietro, ma si limitò nella sostanza a confermare fatti e personaggi già emersi nell’inchiesta milanese. Nel frattempo, però, continuò nella sua opera devastante di corruzione giudiziaria e di rafforzamento del presidio giudiziario da lui creato almeno fino al 1996, come scopriranno i pubblici ministeri di Perugina;
- Nei confronti dei conti privati di Pacini Battaglia non vennero mai concluse rogatorie internazionali. Ciò è vero anche per la sua banca, la Karfinco, suo vero e principale “strumento di lavoro”;
- Molte delle rogatorie richieste vennero classificate come non urgenti e quindi di ordinaria amministrazione;
- In alcuni casi allo stesso Pacini Battaglia venne consentito, tramite il suo legale, l’avv. Lucibello, di conoscere in anticipo le tematiche che sarebbero state affrontate negli interrogatori;
- Nessun controllo venne mai svolto sulla documentazione che il banchiere versava negli atti, così che lo stesso poté anche produrre materiale artefatto o precostituito;
- Nessuna seria indagine venne mai fatta nei confronti di Roger Francio, principoale collaboratore di Pacini Battaglia;
- Nessun controllo venne mai fatto neppure sulle persone fisiche che erano terminali delle operazioni bancarie di Pacini. In questo modo non si riuscì ad individuare i beneficiari di queste operazioni fra i quali spiccano proprio i nomi di Lorenzo Necci e di tutti coloro che saranno inquisiti solo tre anni dopo dalla magistratura di La Spezia;
- Nel frattempo Pacini Battaglia sembrava interessato proseguire i suoi rapporti privilegiati col suo antico “inquisitore” divenuto ministro, liberandolo dalla presenza ingombrante di un suo collaboratore, un magistrato torinese, Mario Cicala;
D i Pietro e gli amici più cari. Esiste un lavoro giornalistico molto attento, anche se un po’ datato e molto dimenticato, che ci aiuta a capire quali fossero le frequentazioni del Tonino nazionale: le sue amicizie. E’ un’inchiesta, puntuale e mai smentita , che il giornalista Roberto Chiodi pubblicò nel 1993 sul settimanale Il Sabato . Il prezioso lavoro di Chiodi ci aiuta a capire molto. Per scoprire il mondo diciamo così “affettivo” dell’ex magistrato milanese lo useremo come traccia, integrandolo di volta in volta con gli avvenimenti successivi.
Siamo sul finire degli anni ottanta, quando nella cosiddetta” Milano da bere” Di Pietro consolida vecchie e nuove amicizie. Si tratta di conoscenze nate nei circoli politici sociali: amministratori, professionisti, finanzieri. Rafforza i legami con l’avv. Giuseppe Pezzotta, figlio dell’ex sindaco di Bergamo e buon amico della moglie Susanna Mazzoleni, anch’essa avvocato, sposata dopo l’annullamento del primo matrimonio. Si scambia regali di Natale con Claudio Dini, presidente della Metropolitana. Frequenta a Milano San Felice la villa, in cui Maurizio Prada, presidente dell’Atm, l’azienda di trasporti milanese, gli fa conoscere l’ex consigliere dell’Eni Valerio Bitetto. Dall’industriale Gorrini della Maa assicurazioni ottiene un impiego per il figlio Cristiano, diciottenne (oggi in Polizia). Per la rivista Gran Milan) che fa riferimento al conte Carlo Radice Fossati, non manca di firmare alcuni articoli di costume e di giustizia. Ritrova Eleuterio Rea, funzionario della Digos, amico degli anni in cui faceva il poliziotto al commissariato Porta Nuova.. Vanno all’ippodromo insieme (Rea è un accanito scommettitore), frequentano lo stesso giro di amicizie che comprende anche il questore Achille Serra (la moglie di Prada, Agnese, né è la segretaria).
Ma l’amico del cuore di Antonio Di Pietro è uno soltanto: Giuseppe Lucibello. Fa l’avvocato, frequenta Di Pietro dai primi tempi del suo arrivo a Milano come magistrato. Proviene dalla “scuola salernitana”. Ha dovuto abbandonare precipitosamente le aule del Cilento per le minacce che gli venivano da ambienti della Camorra.
Di sicuro alcuni magistrati, con i quali Lucibello aveva rapporti professionali e d’amicizia, sono risultati coinvolti in brutte storie, episodi contrari ai doveri d’ufficio. E’ Lucibello a introdurre Di Pietro nei salotti bene e, quando scoppierà lo scandalo di tangentopoli, sempre Lucibello farà la parte del leone come avvocato difensore. Non solo saranno suoi fortunati clienti Prada, Radaelli e Radice Fossati,ma anche Pacini Battaglia, gran tesoriere dei soldi neri in Svizzera.
Di Pietro è un uomo dal cuore d’oro. Uno che sa anche restituire i favori e rispettare gli amici. Eleuterio Rea, per esempio,. Stavano per trasferirlo a Lamezia quando a Milano si presentò l’opportunità di nominarlo comandante dei Vigili Urbani. Di Pietro chiese al procuratore capo Saverio Borelli l’autorizzazione a far parte della commissione che avrebbe dovuto tracciare l’identikit del futuro capo dei “ghisa” milanesi e poi, esaminare i candidati. La commissione si insediò, Di Pietro fece il suo lavoro, poi alla vigilia degli esami, ci si accorse che un magistrato non poteva stare in quel posto. Di Pietro fu cortesemente invitato a lasciare l’incarico.
Ma ormai l’identikit del giusto candidato era stato delineato e Rea rimase a Milano, con i gradi del comandante. Quando si indebitò, per la sua mania del gioco, Di Pietro lo salvò. Come? Secondo i pubblici ministeri di Brescia facendoli avere un prestito da un altro amico: Gorrini. Vero o falso? Il gip non ci crede. Il dossier, contenente tutte le malefatte di Tonino, che Gorrini consegna nel novembre del 1994 alla magistratura di Breccia è stato oggetto di un’inchiesta giudiziaria conclusasi con la solita archiviazione decisa dal gip. Ciononostante dei contenuti di quel documento si occupa ampiamente la sentenza del tribunale di Brescia che manda assolti Previti e compagni dall’accusa di minacce rivolte a Di Pietro e sconfessa ripetutamente il famoso pm. (CONTINUA)
lunedì 29 settembre 2008
giovedì 25 settembre 2008
DA "Corruzione ad Alta Velocità" (3° parte)
Ma come per le auto , anche per le case Di Pietro era insaziabile. Sempre nel1991 (prima che cominciasse l’inchiesta “mani pulite”) l’allora magistrato scopre di avere urgente bisogno di un altro appartamento a Milano.
Con le opportune entrature, come si addice a uno che conta, raccomandato dal socialista Sergio Radaelli, presidente della Cariplo, la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, Di Pietro si vede assegnare in affitto un appartamento in via Andegari, n.18, nel pieno centro storico della città. La raccomandazione evidenzia che la cosa ( o meglio la casa) interessa al Sindaco Pillitteri. L’appartamento gli viene affittato con procedura discrezionale, in quanto locato in deroga alle norme che stabilivano la destinazione degli immobili della banca ai dipendenti o pensionati dell’istituto: Nonostante le spese per la ristrutturazione siano a carico della stessa Carialo, per l’arredamento ci sarebbero dei soldini da sborsare, soldini che verranno anticipati dal dottorema …rimborsati dall’ing. D’Adamo, al quale verranno restituiti, come è ormai prassi nel 1994 e ovviamente senza interessi di sorta. Anzi per amor di precisione, saranno restituiti solo 15 milioni, invece dei 18 impiegati per l’arredo di casa di Di Pietro. I tre milioni in meno e i mancati interessi bancari non sono forse altre munificenze?
Quello dell’alloggio deve essere stato in un certo periodo della sua vita, certamente tra il 1990 e il 1993, una vera fissazione per Di Pietro. Due case a Milano, una a Curno e poi gli alberghi. Quelli romani in particolare. Tra il marzo del ’90 e il maggio del ’93 il pubblico ministero fa avanti e indietro fra Milano e la capitale. Per 12 volte alloggia presso il residence “My Fair”. Nello stesso arco di tempo risultano 13 biglietti aerei andata/ritorno a lui intestati. Per 12 pernottamenti solo uno è stato pagato dal magistrato, i restanti vengono saldati dalla solita Edilgest Finanziaria spa, solita società del solito D’Adamo. Quanto ai voli nessuno risulta essere stato pagatola Di Pietro: cinque sono nelle note spese della Edilgest. I sette che mancano li ha pagati D’Adamo, in contanti di tasca sua.
Ma Di Pietro, si sa, è un uomo di grande cuore, un uomo generoso. Non pensa solo a se stesso, ma anche ai suoi stessi collaboratori. Rocco Stragaprede ad esempio, ad esempio. Lo abbiamo già incontrato. E’ quello che gli portava la “Dedra” in garage per la manutenzione. Rocco ha biosogno di telefonare e anche lui deve pur avere una casa dove vivere. Ed ecco che anche il caRO Rocco ha in uso un cellulare, ovviamente intestato a una società di D’Adamo. E per la casa dottò che debbo fare? Non c’è problema Rocco. Ti va bene Rho? Non è distante da Milano. Anche l’appartamento di Rho, dove Rocco Styragapede vive , è intestato ad un dipendente di D’Adamo che è in possesso delle ricevute del canone d’affitto per il periodo gennaio-novembre 1994 e della quasi totalità delle bollette per luce e gas del periodo luglio 1993-luglio 1995. Persino una libreria per la casa di Curno risulta essere stata pagata da D’Adamo, con un assegno firmato da Stragapede, coperto da soldi però dati dallo stesso ingegnere.
L’ing. D’Adamo –è bene ricordarlo, si è deciso a rivelare questi retroscena del rapporto con l’allora magistrato soltanto nel 1997, dopo che per diversi anni aveva insistito- anche di fronte ai pubblici ministeri di Brescia che indagavano sulle vicende di altri amici di Di Pietro, come Rea e Gorrini- nel fornire versioni coincidenti con le tesi difensive dell’amico magistrato. Furono proprio le deposizioni rese a quel tempo da D’Adamo ad essere utilizzate per smentire le accuse dei pm di Brescia contro Di Pietro, consentendo all’ex magistrato Di Pietro di essere prosciolto dal gip per cominciare la sua ascesa politica. E non appare quindi casuale che D’Adamo mantenne le dichiarazioni che salvarono Di Pietro fino a quando questi era pubblico ministero fino a pochi mesi dopo. In seguito quando Tonino lasciò la magistratura D’Adamo dichiarò di avere mentito e di volere la verità.
D’Adamo – anche questo è bene precisarlo –per un periodo abbastanza lungo ha svolto il ruolo di intermediario tra l’ex magistrato e Silvio Berlusconi , alla cui politica lo stesso Di Pietro faceva oggettivamente riferimento. Tanto che gli fu offerto un dicastero proprio nel governo Berlusconi.
Ma torniamo ora aPacini Battaglia, altro grande interprete di questa pièce tutta recitata dietro le quinte di “mani pulite”, di cui la gente comune ha conosciuto soltanto la recita messa in scena sul palcoscenico della procura e dei tribunali. Fin dal 1993 “Chicchi” risulta indagato dal dott. Di Pietro nel procedimento denominato enimont. Per capirci di più, il lettore non dimentichi mai che Di Pietro è rimasto in magistratura fino all’aprile 1995.
Che Di pietro avesse la passione delle auto e delle case lo abbiamo visto. Di passione però il grande pubblico ministero ne ha sempre avuta anche un’ altra : i telefonini. Un radiotelefono che lui non pagava (ci pensava D’Adamo) lo aveva sulla Dedra della solita società del solito D’Adamo Un altro, pagato sempre dall’ingegnere, lo aveva il fido Rocco Stragapede . Ma la cellularmania è una brutta bestia. Quando ti aggredisce non c’è più nulla da fare. Sta di fatto, che, tra le tante schede Gsm, acquistate in svizzera e distribuite da Pacini ai suoi numerosi amici, l’utenza Gsmn. 0041/892009854 è stata certamente usata da Di Pietro. Le schede Gsm svizzere avevano all’epoca una particolarità: rendevano praticamente in intercettabili i telefonici che le usavano: Queste schede erano tutte intestate a Henri Lang, autista di Pacini Battaglia. E anche questo è agli atti della magistratura bresciana. Che il fatto non sia stato considerato reato dalla signora Di martino non significa che non sia vero.
Ma attenzione, questo dato di fatto è importantissimo. I giurisperiti direbbero che è idoneo a collegare direttamente e inequivocabilmente l’inquisitore all’inquisito nel bel mezzo dell’inquisizione.
Una cosa è più che sicura: né il magistrato Di pietro, né l’ineffabile avvocato Lucibello hanno mai dato una spiegazione convincente di come e perché sia potuto accadere che mentre Pacini Battaglia era indagato da Di Pietro costui avesse in uso telefonini riconducibili all’indagato predisposti per evitare l’ascolto di orecchie indiscrete.
Una spiegazione potrebbe essere questa: Lucibello era allo stesso tempo il difensore di Pacini e l’amicone di Di Pietro. E quindi prendeva per lui e per l’amico le schede magiche che pacini battaglia gli passava. Ma non sembra una vera spiegazione. Perché si limita a spostare il problema. Che invece è questo: perché Pacini Battaglia, uno dei più grandi maneggioni viventi, pur essendosi già affidati ad altri quotati studi legali, scelga come legale sulla piazza di Milano proprio lui, il per nulla quotato avvocato Geppino Lucibello notoriamente legato però al famoso pm e giustamente orgoglioso di cotanta amicizia? Tanto orgoglioso che vantava sempre e ovunque questo prestigioso legame. Tanto immedesimato nel ruolo di amico, da non avere più voce propria fino a divenire la propaggine acustica,un vero e proprio ventriloquo
I pubblici ministeri di Brescia ritengono che il possesso e l’uso di quella scheda telefonica, che è pagata da Pacini Battaglia, sia la dimostrazione diretta del legame e dei rapporti fra Di Pietro e lo stesso banchiere italo-svizzero e chiuda per così dire il circolo indiziario. Basterebbe quella scheda Gsm – dicono i magistrati della Procura di Brescia – a provare almeno quattro cose:
-fra i due è intervenuto un accordo sulla gestione processuale della posizione dello stesso Pacini Battaglia. Gestione processuale che a Milano è stata totalmente devoluta all’allora sostituto Antonio Di Pietro
-D’Adamo, quando ha avuto problemi, si è rivolto al banchiere su indicazione di Di Pietro, essendo quest’ultimo consapevole che “Chicchi” gli dovesse della riconoscenza.
-Pacini ha aiutato economicamente D’Adamo (la vendita a prezzi stracciatissimi, delle azioni della già ricordata Morave Holding), avendo avuta una percezione molto precisa: i favori dispensati a costui sarebberostati valutati positivamente dal “suo” pm.
-Il termine intermedio di questa triangolazione (Pacini-D’Adamo-Di Pietro) è rappresentato dalla posizione personale e professionale dell’avv. Lucibello. Senza questa posizione intermedia, Pacini Battaglia non avrebbe goduto della particolare posizione processuale e fra il banchiere e D’Adamo non si sarebbe costituito alcun rapporto. A questo punto è bene tentare di riassumere questa “congerie” di fatti e personaggi.
(CONTINUA)
Con le opportune entrature, come si addice a uno che conta, raccomandato dal socialista Sergio Radaelli, presidente della Cariplo, la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, Di Pietro si vede assegnare in affitto un appartamento in via Andegari, n.18, nel pieno centro storico della città. La raccomandazione evidenzia che la cosa ( o meglio la casa) interessa al Sindaco Pillitteri. L’appartamento gli viene affittato con procedura discrezionale, in quanto locato in deroga alle norme che stabilivano la destinazione degli immobili della banca ai dipendenti o pensionati dell’istituto: Nonostante le spese per la ristrutturazione siano a carico della stessa Carialo, per l’arredamento ci sarebbero dei soldini da sborsare, soldini che verranno anticipati dal dottorema …rimborsati dall’ing. D’Adamo, al quale verranno restituiti, come è ormai prassi nel 1994 e ovviamente senza interessi di sorta. Anzi per amor di precisione, saranno restituiti solo 15 milioni, invece dei 18 impiegati per l’arredo di casa di Di Pietro. I tre milioni in meno e i mancati interessi bancari non sono forse altre munificenze?
Quello dell’alloggio deve essere stato in un certo periodo della sua vita, certamente tra il 1990 e il 1993, una vera fissazione per Di Pietro. Due case a Milano, una a Curno e poi gli alberghi. Quelli romani in particolare. Tra il marzo del ’90 e il maggio del ’93 il pubblico ministero fa avanti e indietro fra Milano e la capitale. Per 12 volte alloggia presso il residence “My Fair”. Nello stesso arco di tempo risultano 13 biglietti aerei andata/ritorno a lui intestati. Per 12 pernottamenti solo uno è stato pagato dal magistrato, i restanti vengono saldati dalla solita Edilgest Finanziaria spa, solita società del solito D’Adamo. Quanto ai voli nessuno risulta essere stato pagatola Di Pietro: cinque sono nelle note spese della Edilgest. I sette che mancano li ha pagati D’Adamo, in contanti di tasca sua.
Ma Di Pietro, si sa, è un uomo di grande cuore, un uomo generoso. Non pensa solo a se stesso, ma anche ai suoi stessi collaboratori. Rocco Stragaprede ad esempio, ad esempio. Lo abbiamo già incontrato. E’ quello che gli portava la “Dedra” in garage per la manutenzione. Rocco ha biosogno di telefonare e anche lui deve pur avere una casa dove vivere. Ed ecco che anche il caRO Rocco ha in uso un cellulare, ovviamente intestato a una società di D’Adamo. E per la casa dottò che debbo fare? Non c’è problema Rocco. Ti va bene Rho? Non è distante da Milano. Anche l’appartamento di Rho, dove Rocco Styragapede vive , è intestato ad un dipendente di D’Adamo che è in possesso delle ricevute del canone d’affitto per il periodo gennaio-novembre 1994 e della quasi totalità delle bollette per luce e gas del periodo luglio 1993-luglio 1995. Persino una libreria per la casa di Curno risulta essere stata pagata da D’Adamo, con un assegno firmato da Stragapede, coperto da soldi però dati dallo stesso ingegnere.
L’ing. D’Adamo –è bene ricordarlo, si è deciso a rivelare questi retroscena del rapporto con l’allora magistrato soltanto nel 1997, dopo che per diversi anni aveva insistito- anche di fronte ai pubblici ministeri di Brescia che indagavano sulle vicende di altri amici di Di Pietro, come Rea e Gorrini- nel fornire versioni coincidenti con le tesi difensive dell’amico magistrato. Furono proprio le deposizioni rese a quel tempo da D’Adamo ad essere utilizzate per smentire le accuse dei pm di Brescia contro Di Pietro, consentendo all’ex magistrato Di Pietro di essere prosciolto dal gip per cominciare la sua ascesa politica. E non appare quindi casuale che D’Adamo mantenne le dichiarazioni che salvarono Di Pietro fino a quando questi era pubblico ministero fino a pochi mesi dopo. In seguito quando Tonino lasciò la magistratura D’Adamo dichiarò di avere mentito e di volere la verità.
D’Adamo – anche questo è bene precisarlo –per un periodo abbastanza lungo ha svolto il ruolo di intermediario tra l’ex magistrato e Silvio Berlusconi , alla cui politica lo stesso Di Pietro faceva oggettivamente riferimento. Tanto che gli fu offerto un dicastero proprio nel governo Berlusconi.
Ma torniamo ora aPacini Battaglia, altro grande interprete di questa pièce tutta recitata dietro le quinte di “mani pulite”, di cui la gente comune ha conosciuto soltanto la recita messa in scena sul palcoscenico della procura e dei tribunali. Fin dal 1993 “Chicchi” risulta indagato dal dott. Di Pietro nel procedimento denominato enimont. Per capirci di più, il lettore non dimentichi mai che Di Pietro è rimasto in magistratura fino all’aprile 1995.
Che Di pietro avesse la passione delle auto e delle case lo abbiamo visto. Di passione però il grande pubblico ministero ne ha sempre avuta anche un’ altra : i telefonini. Un radiotelefono che lui non pagava (ci pensava D’Adamo) lo aveva sulla Dedra della solita società del solito D’Adamo Un altro, pagato sempre dall’ingegnere, lo aveva il fido Rocco Stragapede . Ma la cellularmania è una brutta bestia. Quando ti aggredisce non c’è più nulla da fare. Sta di fatto, che, tra le tante schede Gsm, acquistate in svizzera e distribuite da Pacini ai suoi numerosi amici, l’utenza Gsmn. 0041/892009854 è stata certamente usata da Di Pietro. Le schede Gsm svizzere avevano all’epoca una particolarità: rendevano praticamente in intercettabili i telefonici che le usavano: Queste schede erano tutte intestate a Henri Lang, autista di Pacini Battaglia. E anche questo è agli atti della magistratura bresciana. Che il fatto non sia stato considerato reato dalla signora Di martino non significa che non sia vero.
Ma attenzione, questo dato di fatto è importantissimo. I giurisperiti direbbero che è idoneo a collegare direttamente e inequivocabilmente l’inquisitore all’inquisito nel bel mezzo dell’inquisizione.
Una cosa è più che sicura: né il magistrato Di pietro, né l’ineffabile avvocato Lucibello hanno mai dato una spiegazione convincente di come e perché sia potuto accadere che mentre Pacini Battaglia era indagato da Di Pietro costui avesse in uso telefonini riconducibili all’indagato predisposti per evitare l’ascolto di orecchie indiscrete.
Una spiegazione potrebbe essere questa: Lucibello era allo stesso tempo il difensore di Pacini e l’amicone di Di Pietro. E quindi prendeva per lui e per l’amico le schede magiche che pacini battaglia gli passava. Ma non sembra una vera spiegazione. Perché si limita a spostare il problema. Che invece è questo: perché Pacini Battaglia, uno dei più grandi maneggioni viventi, pur essendosi già affidati ad altri quotati studi legali, scelga come legale sulla piazza di Milano proprio lui, il per nulla quotato avvocato Geppino Lucibello notoriamente legato però al famoso pm e giustamente orgoglioso di cotanta amicizia? Tanto orgoglioso che vantava sempre e ovunque questo prestigioso legame. Tanto immedesimato nel ruolo di amico, da non avere più voce propria fino a divenire la propaggine acustica,un vero e proprio ventriloquo
I pubblici ministeri di Brescia ritengono che il possesso e l’uso di quella scheda telefonica, che è pagata da Pacini Battaglia, sia la dimostrazione diretta del legame e dei rapporti fra Di Pietro e lo stesso banchiere italo-svizzero e chiuda per così dire il circolo indiziario. Basterebbe quella scheda Gsm – dicono i magistrati della Procura di Brescia – a provare almeno quattro cose:
-fra i due è intervenuto un accordo sulla gestione processuale della posizione dello stesso Pacini Battaglia. Gestione processuale che a Milano è stata totalmente devoluta all’allora sostituto Antonio Di Pietro
-D’Adamo, quando ha avuto problemi, si è rivolto al banchiere su indicazione di Di Pietro, essendo quest’ultimo consapevole che “Chicchi” gli dovesse della riconoscenza.
-Pacini ha aiutato economicamente D’Adamo (la vendita a prezzi stracciatissimi, delle azioni della già ricordata Morave Holding), avendo avuta una percezione molto precisa: i favori dispensati a costui sarebberostati valutati positivamente dal “suo” pm.
-Il termine intermedio di questa triangolazione (Pacini-D’Adamo-Di Pietro) è rappresentato dalla posizione personale e professionale dell’avv. Lucibello. Senza questa posizione intermedia, Pacini Battaglia non avrebbe goduto della particolare posizione processuale e fra il banchiere e D’Adamo non si sarebbe costituito alcun rapporto. A questo punto è bene tentare di riassumere questa “congerie” di fatti e personaggi.
(CONTINUA)
martedì 23 settembre 2008
Da "Corruzione ad Alta Velocità" (2°parte)
Un altro ”presidio giudiziario”?
Di quest’ultimo avviso sono i magistrati della Procura di Brescia che il 12 novembre 1996 ricevono per competenza territoriale da La Spezia il procedimento penale a carico di Antonio Di Pietro, il suo amico del cuore, l’avvocato Giuseppe Lucibello e il costruttore Antonio D’Adamo (amico del pm milanese, poi suo grande accusatore e beneficiato da Pacini Battaglia di munifiche elargizioni di denaro) per reati di concorso in corruzione. Chiedendo il rinvio a giudizio di questi personaggi, i pubblici ministeri bresciani ribadiranno questo concetto: ci sono inchieste su cui Di Pietro non volle indagare per favorire Pacini Battaglia.
Ammettiamo, nello svolgere il nostro ragionamento, che quest’ipotesi formulata dai pubblici ministeri di Brescia – a prescindere dalle valutazioni strettamente giuridiche che riguardano la rilevanza penale di determinate condotte del dott. Antonio Di Pietro – sia storicamente fondata su argomenti concreti. Allora ecco un altro quesito: perché questi dati non sono stati giudicati sufficienti per una verifica dibattimentale? Tanto più che alla base delle accuse dei pm di brescia vi era una circostanziata confessione di D’Adamo, con una serie impressionante di riscontri diretti, tra cui il” prestito” di ben 12 miliardi senza l’ombra di una garanzia.
La risposta a questa inquietante domanda può fornircela soltanto l’esame di un intreccio che ha dell’incredibile, di una trama che si dipana dal momento topico delle dimissioni di Di Pietro dalla magistratura e che, attraverso numerosi flash back, ci porta all’ormai celebre frase pronunciata dal banchiere Pacini Battaglia che per primi ascoltarono, intercettandola, gli uomini del Gico della Guardia di finanza di Firenze e, per secondi, proprio i magistrati di La Spezia Franz e Cardino: “quei due mi hanno sbancato”, dove “quei due” sono gli amici di sempre: Di Pietro e Lucibello, legale, guarda caso, di Pacini Battaglia.
I flash back che cercheremo di seguire ci portano proprio a questa frase, ma anche ad un interrogatorio, tanto clamoroso quanto drammatico. L’interrogatorio cui Di Pietro sottopose, guarda caso proprio nel 1993, l’alleato politico di oggi : Romano Prodi.
Ma andiamo per ordine. A tutt’oggi nessuno, e tantomeno lui, è stato in grado di spiegare perché il tonino nazionaleabbia, nel pieno della sua carriera, e in maniera tanto repentina, abbandonato l’rodine giudiziario. Senza presunzioni da parte di chi scrive, forse la risposta più vicina al vero la si può intravedere nell’indagine abortita dal magistrato milanese proprio sull’Alta velocità.
Personaggi e interpreti di questa sconcertante vicenda sono i tre imputati a Brescia, poi prosciolti nel febbraio 1999 dal gip Anna Di Martino, più il solito Pacini Battaglia.
Per mesi i media italiani – all’indomani della pubblicazione dell’intercettazione ambientale di una conversazione svoltasi l’11 gennaio 1996 tra Pacini e il suo precedente difensore, l’avv. Marcello Petrelli – si sono esercitati sul termine “sbancato” usato dal banchiere, con alte riflessioni linguistiche e persino epistemologiche, avanzando dubbi sul termine: “sbancato” o “sbiancato”, oppure “stangato”. Quasi si avvertisse un senso di vertigine, di timor panico ad ammettere quel che la parola stava inequivocabilmente a significare. Pochi però hanno riflettuto sul contesto argomentativi che faceva da supporto alla famosa parola, perché, il “banchiere di Dio” non si limitava, nelle privatissime conversazioni che nonm avvenivano mai per telefono (Pacini aveva il sospetto di essere intercettato, ma non poteva immaginare di avere i microfoni in casa), a bofonchiare, ma argomentava con sufficiente lucidità e coerenza. Per esempio a tal Enrico Minemi, il 1° gennaio riferisce:
“oggi come oggi noi siamo usciti da “mani pulite”[…] pagando, intrafugnando”.E all’avv. Petrelli comunica che:
“…quello che ti voglio dire… a me se chiappano Lucibello e Di Pietro…hanno i soldi in Austria, io sono l’uomo più contento del mondo…vediamo di capirsi io non ho sposato Di Pietro, né ho sposato Lucibello. A me Di Pietro e Lucibello mi hanno sbancato…A me se li buttano dentro tutti e due…mi fai l’uomo più felice del mondo”
Come ben si vede, i termini non si esauriscono nel celebre “sbancato”, ma si parla di un’uscita da “mani pulite” avvenuta dietro pagamento e con l’ausilio di imbrogli: infatti il verbo dialettale piano “intrafugnare” ha proprio il significato di imbrogliare, fare imbrogli, tessere e intrecciare reti. Si avverte nel tono della voce di Pacini un astio profondo per il proprio avvocato e per l’allora pubblico ministero Di Pietro, tanto profondo e radicato da augurare ad entrambi la galera. E si noti che tale augurio proviene da una persona che di galera, per colpa di Lucibello e Di Pietro, non ne ha fatta neanche un’ora.
E allora di quali imbrogli si parla, di quali pagamenti ci si lamenta? Qualunque mortale, con metà di quegli elementi, non solo sarebbe stato rinviato a giudizio, ma quasi certamente condannato. Tanto più che chi era accusato rifiutò pervicacemente di sottoporsi a un confronto pubblico.
Il fatto certo è che Pacini Battaglia, pur inquisito dalla Procura di Milano, negli anni 1993-95 non ha subito alcuna custodia cautelare. Così come è sicuro che l’indagine preliminare a suo carico venne svolta in via esclusiva e comunque predominante da Di Pietro (così come hanno affermato, con indiscutibile chiarezza) altri due magistrati del pool Colombo e Greco). Altrettanto fondato è che per evitare di essere incarcerato Pacini si presentò spontaneamente al dott. Di Pietro, assistito dall’avv: Lucibello (frequentatore e commensale abituale del pm). C’è infine un’altra certezza: in concomitanza con questi fatti Pacini provvide a rivendere, al prezzo di quattro miliardi e mezzo, all’imprenditore Antonio D’Adamo (anche lui amicissimo di Di Pietro), le azioni di una società a lui vicina, la Morave Holding. Ripetiamo: al prezzo di quattro miliardi e mezzo di lire, dopo che solo venti giorni prima le aveva acquistate dalla Atlantic Finance al prezzo doppio di nove miliardi. Tranne D’Adamo, a tutt’oggi, nessuno è stato in grado di fornire una spiegazione a un comportamento così illogico e autolesionistico da parte di una persona la cui avvedutezza commerciale non può essere messa in dubbio e che ha fatto di Pierfrancesco “Chicchi” Pacini Battaglia un supercampione dell’ambiente specializzato nell’elaborazione di certe tecniche bancarie. Quelle messe a punto per nascondere le transazioni e le migrazioni delle provviste illecite, cioè i cosiddetti fondi neri, necessari a pagare le tangenti sulle commesse legate agli appalti pubblici.
Per capire il perché il banchiere italo-svizzero sia diventato così generoso nei confronti di uno degli amici più cari di Di Pietro, è necessario capire che ruolo abbia avuto nella vita di Di pietro l’ingegner Antonio A’Adamo, imprenditore milanese. Tutto quello che segue sta nelle carte dei pubblici ministeri di Brescia che hanno chiesto il rinvio agiudizio dell’ex magistrato milanese ma anche nella sentenza del Tribunale di Milano che decise sulle denunzie di Di Pietro.
Cominciamo dalla seconda moglie di Tonino, l’avv. Susanna Mazzoleni. Tra lei e D’Adamo c’è un rapporto di lavoro molto importante. Lei ha infatti dei contatti di consulenza legale con alcune società di D’Adamo. Solo che esistono fatture, regolarmente pagate, di importo decisamente superiore da quanto previsto dai contratti di consulenza: La stessa signora Di Pietro era stata legale della Maa assicurazioni di quel Giancarlo Gorrini, anch’egli sfortunato accusatore dell’ex pm milanese, al quale aveva prestato ben cento milioni senza interessi e senza termini per la restituzione.Sempre Gorrini aveva permesso a Di Pietro l’acquisto di una Mercedes a prezzo stracciato e con comode rate e poi aveva contribuito al salvataggio economico dell’altro amico di Di pietro, Eleuterio Rea, capo dei Vigili Urbani di Milano e pieno di debiti per il suo amore per il gioco.
Le auto sono un po’ la costante della vita di Di Pietro: Non c’è solo la Mercedes di Gorrini, c’è anche la Lancia Dedra intestata ad una società di D’Adamo, la Sii spa, che Tonino usava e alla cui manutenzione provvedeva un collaboratore del magistrato, Rocco Stragaprede, che la portava all’officina Sentieri di Milano, guardandosi bene dal pagare perché i conti della macchina venivano fatturati alla stessa Sii spa. La Dedra era fornita anche di un radiotelefono (intestato alla Edilgest Finanziaria, altra società di D’Adamo). Stranamente Di Pietro restituisce macchina e radiotelefono soltanto quando vennero di pubblico dominio i rapporti tra il pm e l’imprenditore.
Di Pietro rinnovava il suo guardaroba rifornendosi negli stessi negozi che servivano D’Adamo, “Hitman” e “Tincati”. E magari capitava che l’ingegnere pagasse anche abiti della taglia diversa dalla sua, ma corrispondesse a quella del magistrato. Per un ovvio mero disguido.
Tra il 1990 e il 1993 Di Pietro ha avuto in uso anche un appartamento di proprietà del solito D’Adamo, un appartamento in via Agnello 5, a Milano. Stando alle dichiarazioni di D’Adamo, Di Pietro non ha mai pagato né canone, né luce ,né telefono.
E’ poi assolutamente naturale che chi compra casa gli amici facciano a gara nel fare prestiti per qualche centinaia di milioni, naturalmente senza alcun interesse e tantomeno stabilendo delle antipatiche date di restituzione. Seguendo questa nobile consuetudine, che testimoniava tutto il suo affetto per il magistrato, anche D’Adamo, nel 1991, è corso inm aiuto a Di Pietro quando costui decise di acquistare la casa in quel di Curno (Bergamo). Gli versò qualcosina più di cento milioni che gli furono restituiti senza interessi, tre anni dopo, ma in contanti. E dentro una scatola (CONTINUA)
Di quest’ultimo avviso sono i magistrati della Procura di Brescia che il 12 novembre 1996 ricevono per competenza territoriale da La Spezia il procedimento penale a carico di Antonio Di Pietro, il suo amico del cuore, l’avvocato Giuseppe Lucibello e il costruttore Antonio D’Adamo (amico del pm milanese, poi suo grande accusatore e beneficiato da Pacini Battaglia di munifiche elargizioni di denaro) per reati di concorso in corruzione. Chiedendo il rinvio a giudizio di questi personaggi, i pubblici ministeri bresciani ribadiranno questo concetto: ci sono inchieste su cui Di Pietro non volle indagare per favorire Pacini Battaglia.
Ammettiamo, nello svolgere il nostro ragionamento, che quest’ipotesi formulata dai pubblici ministeri di Brescia – a prescindere dalle valutazioni strettamente giuridiche che riguardano la rilevanza penale di determinate condotte del dott. Antonio Di Pietro – sia storicamente fondata su argomenti concreti. Allora ecco un altro quesito: perché questi dati non sono stati giudicati sufficienti per una verifica dibattimentale? Tanto più che alla base delle accuse dei pm di brescia vi era una circostanziata confessione di D’Adamo, con una serie impressionante di riscontri diretti, tra cui il” prestito” di ben 12 miliardi senza l’ombra di una garanzia.
La risposta a questa inquietante domanda può fornircela soltanto l’esame di un intreccio che ha dell’incredibile, di una trama che si dipana dal momento topico delle dimissioni di Di Pietro dalla magistratura e che, attraverso numerosi flash back, ci porta all’ormai celebre frase pronunciata dal banchiere Pacini Battaglia che per primi ascoltarono, intercettandola, gli uomini del Gico della Guardia di finanza di Firenze e, per secondi, proprio i magistrati di La Spezia Franz e Cardino: “quei due mi hanno sbancato”, dove “quei due” sono gli amici di sempre: Di Pietro e Lucibello, legale, guarda caso, di Pacini Battaglia.
I flash back che cercheremo di seguire ci portano proprio a questa frase, ma anche ad un interrogatorio, tanto clamoroso quanto drammatico. L’interrogatorio cui Di Pietro sottopose, guarda caso proprio nel 1993, l’alleato politico di oggi : Romano Prodi.
Ma andiamo per ordine. A tutt’oggi nessuno, e tantomeno lui, è stato in grado di spiegare perché il tonino nazionaleabbia, nel pieno della sua carriera, e in maniera tanto repentina, abbandonato l’rodine giudiziario. Senza presunzioni da parte di chi scrive, forse la risposta più vicina al vero la si può intravedere nell’indagine abortita dal magistrato milanese proprio sull’Alta velocità.
Personaggi e interpreti di questa sconcertante vicenda sono i tre imputati a Brescia, poi prosciolti nel febbraio 1999 dal gip Anna Di Martino, più il solito Pacini Battaglia.
Per mesi i media italiani – all’indomani della pubblicazione dell’intercettazione ambientale di una conversazione svoltasi l’11 gennaio 1996 tra Pacini e il suo precedente difensore, l’avv. Marcello Petrelli – si sono esercitati sul termine “sbancato” usato dal banchiere, con alte riflessioni linguistiche e persino epistemologiche, avanzando dubbi sul termine: “sbancato” o “sbiancato”, oppure “stangato”. Quasi si avvertisse un senso di vertigine, di timor panico ad ammettere quel che la parola stava inequivocabilmente a significare. Pochi però hanno riflettuto sul contesto argomentativi che faceva da supporto alla famosa parola, perché, il “banchiere di Dio” non si limitava, nelle privatissime conversazioni che nonm avvenivano mai per telefono (Pacini aveva il sospetto di essere intercettato, ma non poteva immaginare di avere i microfoni in casa), a bofonchiare, ma argomentava con sufficiente lucidità e coerenza. Per esempio a tal Enrico Minemi, il 1° gennaio riferisce:
“oggi come oggi noi siamo usciti da “mani pulite”[…] pagando, intrafugnando”.E all’avv. Petrelli comunica che:
“…quello che ti voglio dire… a me se chiappano Lucibello e Di Pietro…hanno i soldi in Austria, io sono l’uomo più contento del mondo…vediamo di capirsi io non ho sposato Di Pietro, né ho sposato Lucibello. A me Di Pietro e Lucibello mi hanno sbancato…A me se li buttano dentro tutti e due…mi fai l’uomo più felice del mondo”
Come ben si vede, i termini non si esauriscono nel celebre “sbancato”, ma si parla di un’uscita da “mani pulite” avvenuta dietro pagamento e con l’ausilio di imbrogli: infatti il verbo dialettale piano “intrafugnare” ha proprio il significato di imbrogliare, fare imbrogli, tessere e intrecciare reti. Si avverte nel tono della voce di Pacini un astio profondo per il proprio avvocato e per l’allora pubblico ministero Di Pietro, tanto profondo e radicato da augurare ad entrambi la galera. E si noti che tale augurio proviene da una persona che di galera, per colpa di Lucibello e Di Pietro, non ne ha fatta neanche un’ora.
E allora di quali imbrogli si parla, di quali pagamenti ci si lamenta? Qualunque mortale, con metà di quegli elementi, non solo sarebbe stato rinviato a giudizio, ma quasi certamente condannato. Tanto più che chi era accusato rifiutò pervicacemente di sottoporsi a un confronto pubblico.
Il fatto certo è che Pacini Battaglia, pur inquisito dalla Procura di Milano, negli anni 1993-95 non ha subito alcuna custodia cautelare. Così come è sicuro che l’indagine preliminare a suo carico venne svolta in via esclusiva e comunque predominante da Di Pietro (così come hanno affermato, con indiscutibile chiarezza) altri due magistrati del pool Colombo e Greco). Altrettanto fondato è che per evitare di essere incarcerato Pacini si presentò spontaneamente al dott. Di Pietro, assistito dall’avv: Lucibello (frequentatore e commensale abituale del pm). C’è infine un’altra certezza: in concomitanza con questi fatti Pacini provvide a rivendere, al prezzo di quattro miliardi e mezzo, all’imprenditore Antonio D’Adamo (anche lui amicissimo di Di Pietro), le azioni di una società a lui vicina, la Morave Holding. Ripetiamo: al prezzo di quattro miliardi e mezzo di lire, dopo che solo venti giorni prima le aveva acquistate dalla Atlantic Finance al prezzo doppio di nove miliardi. Tranne D’Adamo, a tutt’oggi, nessuno è stato in grado di fornire una spiegazione a un comportamento così illogico e autolesionistico da parte di una persona la cui avvedutezza commerciale non può essere messa in dubbio e che ha fatto di Pierfrancesco “Chicchi” Pacini Battaglia un supercampione dell’ambiente specializzato nell’elaborazione di certe tecniche bancarie. Quelle messe a punto per nascondere le transazioni e le migrazioni delle provviste illecite, cioè i cosiddetti fondi neri, necessari a pagare le tangenti sulle commesse legate agli appalti pubblici.
Per capire il perché il banchiere italo-svizzero sia diventato così generoso nei confronti di uno degli amici più cari di Di Pietro, è necessario capire che ruolo abbia avuto nella vita di Di pietro l’ingegner Antonio A’Adamo, imprenditore milanese. Tutto quello che segue sta nelle carte dei pubblici ministeri di Brescia che hanno chiesto il rinvio agiudizio dell’ex magistrato milanese ma anche nella sentenza del Tribunale di Milano che decise sulle denunzie di Di Pietro.
Cominciamo dalla seconda moglie di Tonino, l’avv. Susanna Mazzoleni. Tra lei e D’Adamo c’è un rapporto di lavoro molto importante. Lei ha infatti dei contatti di consulenza legale con alcune società di D’Adamo. Solo che esistono fatture, regolarmente pagate, di importo decisamente superiore da quanto previsto dai contratti di consulenza: La stessa signora Di Pietro era stata legale della Maa assicurazioni di quel Giancarlo Gorrini, anch’egli sfortunato accusatore dell’ex pm milanese, al quale aveva prestato ben cento milioni senza interessi e senza termini per la restituzione.Sempre Gorrini aveva permesso a Di Pietro l’acquisto di una Mercedes a prezzo stracciato e con comode rate e poi aveva contribuito al salvataggio economico dell’altro amico di Di pietro, Eleuterio Rea, capo dei Vigili Urbani di Milano e pieno di debiti per il suo amore per il gioco.
Le auto sono un po’ la costante della vita di Di Pietro: Non c’è solo la Mercedes di Gorrini, c’è anche la Lancia Dedra intestata ad una società di D’Adamo, la Sii spa, che Tonino usava e alla cui manutenzione provvedeva un collaboratore del magistrato, Rocco Stragaprede, che la portava all’officina Sentieri di Milano, guardandosi bene dal pagare perché i conti della macchina venivano fatturati alla stessa Sii spa. La Dedra era fornita anche di un radiotelefono (intestato alla Edilgest Finanziaria, altra società di D’Adamo). Stranamente Di Pietro restituisce macchina e radiotelefono soltanto quando vennero di pubblico dominio i rapporti tra il pm e l’imprenditore.
Di Pietro rinnovava il suo guardaroba rifornendosi negli stessi negozi che servivano D’Adamo, “Hitman” e “Tincati”. E magari capitava che l’ingegnere pagasse anche abiti della taglia diversa dalla sua, ma corrispondesse a quella del magistrato. Per un ovvio mero disguido.
Tra il 1990 e il 1993 Di Pietro ha avuto in uso anche un appartamento di proprietà del solito D’Adamo, un appartamento in via Agnello 5, a Milano. Stando alle dichiarazioni di D’Adamo, Di Pietro non ha mai pagato né canone, né luce ,né telefono.
E’ poi assolutamente naturale che chi compra casa gli amici facciano a gara nel fare prestiti per qualche centinaia di milioni, naturalmente senza alcun interesse e tantomeno stabilendo delle antipatiche date di restituzione. Seguendo questa nobile consuetudine, che testimoniava tutto il suo affetto per il magistrato, anche D’Adamo, nel 1991, è corso inm aiuto a Di Pietro quando costui decise di acquistare la casa in quel di Curno (Bergamo). Gli versò qualcosina più di cento milioni che gli furono restituiti senza interessi, tre anni dopo, ma in contanti. E dentro una scatola (CONTINUA)
lunedì 22 settembre 2008
Da "Corruzione ad Alta Velocità" (1°parte)
Un libro di cui molti hanno parlato, ma che forse non in molti hanno letto è : Corruzione ad Alta Velocità" di Imposimato Pisauro Provvisionato. Io credo sia un libro fondamentale per capire come funziona la nostra politica e anche quello che c'è dietro le cosiddette grandi opere. Mi ripropongo pertanto di copiarne qui una parte. In questo capitolo si delinea molto bene la persona di Antonio Di Pietro. Ognuno tragga le proprie conclusioni.
DA “CORRUZIONE AD ALTA VELOCITA’”
DI F. IMPOSIMATO G.PISAURO S.PROVVISIONATO
EDIZIONI KOINè nuove edizioni
CAPITOLO VI. L’UOMO CHE SAPEVA TROPPO
Abbiamo lasciato una domanda in sospeso, un interrogatorio forte. Se a Roma c’era un ben individuato” presidio giudiziario”, costituito da Pacini Battaglia a tutela dei suoi affari e di quelli dei suoi soci, è ipotizzabile che ci sia stata qualche ramificazione a Milano?
Ricapitoliamo: la truffa plurimiliardaria dell’Alta velocità venne scoperta a La Spezia nel 1996. Alcune tracce di quella stessa inchiesta si ritrovano proprio a Milano in un arco di tempo precedente, quello che va dal 1993 al 1995. Non solo la figura di Pacini Battaglia, centrale e nitida nell’inchiesta Enimont, figura che però poi all’improvviso sbiadisce fino a scomparire per riapparire a La Spezia anni dopo. Ma anche molte cose dette dal maneger dell’Agip Santoro a proposito della Tpl. E ancora le sovrapposizioni investigative di Di Pietro con il suo collega romano Castellucci, sempre a proposito dell’Alta velocità.
Eppure furono proprio gli anni compresi tra il 1993 e il 1995 quelli del maggior impegno dei magistrati milanesi impegnati in Tangentopoli. Furono proprio quelli gli anni più sconvolgenti degli equilibri politici, gli anni dell’azzeramento dei grandi e radicati partiti storici, del gran battage della stampa e della televisione che si assumeva il ruolo di mera cassa di risonanza senza il minimo spirito critico, gli anni della celebrazione dei magistrati che ponevano all’ordine del giorno la questione morale. E infine gli anni della creazione della figura del giudice come “eroe” incorrotto e incorruttibile.
Su tutti svettava il dott. Antonio Di Pietro, assunto a simbolo di “mani pulite”, celebrato e osannato nei cortei, ritratto come una rock star sulle magliette dei giovani marciatori. A costui furono offerte tutte le occasioni, i dati materiali le conoscenze giuste per scoperchiare tutte le pentole, anche quella gigantesca dell’Alta velocità.
Eppure Di Pietro non si avvide di nulla o quasi. Mentre eccezionale fu lo zelo su altri fronti d’inchiesta da parte del magistrato di Curno. Ma dove sono finite le confessioni di Enzo Papi che dinanzi ad un pm Di Pietro parlò, nel maggio del 1993, delle mazzette pagate alla Fiat: “Il boccone più ghiotto è quello dell’Alta velocità, un affare inizialmente di 40.000 miliardi, con la Cogefar che assume la guida di due consorzi, che si riservano una larga fetta delle risorse pubbliche. Vincenzo Lodigiani mi fece presente che i partiti chiedevano una tangente del 3%”? E dove sono finite le carte sequestrate a Lodigiani? E le sue dichiarazioni? Piccole, insignificanti distrazioni? Massima concentrazione su un intreccio di corruzione tanto complesso da far scorgere il filo tralasciando la matassa? Oppure Di Pietro non volle scoprire alcunché? Certo impressiona che garante dell’Alta velocità fosse –tra il 1992 e il 1993- quel prof. Romano Prodi, con lui oggi alleato nel movimento “I democratici”Il dubbio si fa più grande quando i pm di Perugia scrivono che i risultati dell’inchiesta di Milano furono tali da “evitare rischi per quegli interessi alla cui salvaguardia Pacini presiede anche in nome e per conto di Necci e dei responsabili della Tpl”. E il Tribunale di Milano, il 1° dicembre del 1997, in sede di riesame, ha confermato che tra i conti di Pacini e i suoi fiduciari e i conti dei dirigenti dell’Eni e della Tpl-Av esistevano evidenti interconnessioni, E che tutti questi conti erano stati svuotati a partire dal primo arresto del Pacini -durato poche ore- nel 1993.
(CONTINUA)
DA “CORRUZIONE AD ALTA VELOCITA’”
DI F. IMPOSIMATO G.PISAURO S.PROVVISIONATO
EDIZIONI KOINè nuove edizioni
CAPITOLO VI. L’UOMO CHE SAPEVA TROPPO
Abbiamo lasciato una domanda in sospeso, un interrogatorio forte. Se a Roma c’era un ben individuato” presidio giudiziario”, costituito da Pacini Battaglia a tutela dei suoi affari e di quelli dei suoi soci, è ipotizzabile che ci sia stata qualche ramificazione a Milano?
Ricapitoliamo: la truffa plurimiliardaria dell’Alta velocità venne scoperta a La Spezia nel 1996. Alcune tracce di quella stessa inchiesta si ritrovano proprio a Milano in un arco di tempo precedente, quello che va dal 1993 al 1995. Non solo la figura di Pacini Battaglia, centrale e nitida nell’inchiesta Enimont, figura che però poi all’improvviso sbiadisce fino a scomparire per riapparire a La Spezia anni dopo. Ma anche molte cose dette dal maneger dell’Agip Santoro a proposito della Tpl. E ancora le sovrapposizioni investigative di Di Pietro con il suo collega romano Castellucci, sempre a proposito dell’Alta velocità.
Eppure furono proprio gli anni compresi tra il 1993 e il 1995 quelli del maggior impegno dei magistrati milanesi impegnati in Tangentopoli. Furono proprio quelli gli anni più sconvolgenti degli equilibri politici, gli anni dell’azzeramento dei grandi e radicati partiti storici, del gran battage della stampa e della televisione che si assumeva il ruolo di mera cassa di risonanza senza il minimo spirito critico, gli anni della celebrazione dei magistrati che ponevano all’ordine del giorno la questione morale. E infine gli anni della creazione della figura del giudice come “eroe” incorrotto e incorruttibile.
Su tutti svettava il dott. Antonio Di Pietro, assunto a simbolo di “mani pulite”, celebrato e osannato nei cortei, ritratto come una rock star sulle magliette dei giovani marciatori. A costui furono offerte tutte le occasioni, i dati materiali le conoscenze giuste per scoperchiare tutte le pentole, anche quella gigantesca dell’Alta velocità.
Eppure Di Pietro non si avvide di nulla o quasi. Mentre eccezionale fu lo zelo su altri fronti d’inchiesta da parte del magistrato di Curno. Ma dove sono finite le confessioni di Enzo Papi che dinanzi ad un pm Di Pietro parlò, nel maggio del 1993, delle mazzette pagate alla Fiat: “Il boccone più ghiotto è quello dell’Alta velocità, un affare inizialmente di 40.000 miliardi, con la Cogefar che assume la guida di due consorzi, che si riservano una larga fetta delle risorse pubbliche. Vincenzo Lodigiani mi fece presente che i partiti chiedevano una tangente del 3%”? E dove sono finite le carte sequestrate a Lodigiani? E le sue dichiarazioni? Piccole, insignificanti distrazioni? Massima concentrazione su un intreccio di corruzione tanto complesso da far scorgere il filo tralasciando la matassa? Oppure Di Pietro non volle scoprire alcunché? Certo impressiona che garante dell’Alta velocità fosse –tra il 1992 e il 1993- quel prof. Romano Prodi, con lui oggi alleato nel movimento “I democratici”Il dubbio si fa più grande quando i pm di Perugia scrivono che i risultati dell’inchiesta di Milano furono tali da “evitare rischi per quegli interessi alla cui salvaguardia Pacini presiede anche in nome e per conto di Necci e dei responsabili della Tpl”. E il Tribunale di Milano, il 1° dicembre del 1997, in sede di riesame, ha confermato che tra i conti di Pacini e i suoi fiduciari e i conti dei dirigenti dell’Eni e della Tpl-Av esistevano evidenti interconnessioni, E che tutti questi conti erano stati svuotati a partire dal primo arresto del Pacini -durato poche ore- nel 1993.
(CONTINUA)
sabato 30 agosto 2008
LA SCIENZA AL SERVIZIO DELLA GUERRA
LA SCIENZA HA LO SCOPO DI PROTEGGERE NON DI ANNIENTARE LA VITA
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=4949
L'umanità, a ragione, si aspetta dalla scienza che essa aiuti a risolvere i problemi urgenti come la guerra, la povertà, la fame, la malattia e l'ingiustizia sociale, quando invece sempre più scienziati vendono il loro sapere, le loro abilità, e spesso anche la loro anima, al complesso militare-industriale e mediatico. Si allontanano talmente dal loro lato umano che aiutano a perfezionare i mezzi di annientamento totale dell'umanità. La decimazione delle popolazioni dei paesi poveri ne è la conseguenza, se non l'obiettivo. Si lasciano i popoli nell'ignoranza tenendo segreti i progetti di ricerca, si mente loro facendogli credere che si stanno perseguendo obiettivi umanitari.
La prima parte di questa serie di articoli tratta del soggetto prendendo in esempio la tecnologia militare – basata sulla nanotecnologia – delle armi all'uranio impoverito e delle armi biologiche come l'AIDS e la SARS. Consacreremo un altro articolo ad esempi tratti dalle scienze umanistiche che giungono in soccorso ai bellicisti invece di opporvisi. In un terzo articolo, mostreremo che ci sono sempre stati scienziati che si sono impegnati a favore della protezione della vita e della pace. Si tratterà di vedere come le forze sociali responsabili dell'educazione, della scuola, della giustizia, della ricerca, dell'economia e della politica possono unire le loro forze per ricordare agli scienziati le loro responsabilità nei confronti dei cittadini e della comunità e portarli a rispettare le norme etiche nei loro lavori scientifici.
Nanotecnologia: “ Le nanostrutture, questi nuovi elementi minuscoli, permetteranno di compiere grandi cose.”
Qualche tempo fa è apparso su un grande quotidiano tedesco un annuncio a tutta pagina di un'industria chimica [1]. Un premio Nobel della fisica nato nel 1947 vi evoca i vantaggi di cui si suppone la nanotecnologia (NT) sia dotata. Egli stesso ha contribuito un quarto di secolo fa a far avanzare la NT inventando un microscopio a effetto tunnel che permette di osservare atomi e molecole. Il prefisso nano serve a designare le particelle la cui dimensione è inferiore a 100 nanometri (1nm = 1 miliardesimo di m) e, secondo questo scienziato, la nanotecnologia permette di lavorare su atomi precisi.
Il professore di fisica comincia enumerando prodotti industriali creati grazie alla NT, come padelle e vernici per automobili “estremamente resistenti” e nello stesso tempo “di facile manutenzione”, così come "nuovi materiali dalle proprietà superiori a quelle dei metalli". Inoltre, nanosistemi biologici sono stati studiati “per essere utilizzati in medicina e nella tecnica”, così come “nuove tecniche di combustione [...]che producono energia senza rilasciare CO2 nell'atmosfera”. Si sono investite molte speranze anche nei nanoprocessori “la cui produzione è meno costosa di quella delle attuali chip” e che sono più intelligenti. Secondo il nostro professore, la NT apporterà molto alla medicina. Nelle terapie anticancro, si introducono “delle nanoparticelle fino alle cellule cancerose, dove vengono riscaldate tramite agitazione magnetica distruggendo le cellule in modo mirato.” “Grazie alla nanotecnologia in particolare, un giorno saremo in grado di attaccare i virus e lottare contro pandemie che minacciano il mondo.” Dal momento che nella NT alcune cose sono ancora “ in via di sviluppo, dei timori al riguardo potrebbero manifestarsi nella popolazione, ad esempio a proposito dei chip intelligenti.” Dobbiamo inoltre “comunicare apertamente e creare una fiducia profonda nella scienza”. “Noi ricercatori”, afferma con forza, “ci avventuriamo in terre sconosciute, ma ridurremo i rischi per quanto ci sia possibile.”
Coloro che desiderano sapere di più sulla NT sono invitati, in fondo al comunicato, a “chattare” su internet con degli specialisti. L'argomento di discussione è il seguente: “Le nanostrutture, questi nuovi elementi minuscoli, permetteranno di compiere grandi cose.”[2]
Il profano si sentirà interpellato dalle promesse di questo annuncio, il malato di cancro potrebbe cominciare a sperare nuovamente, in particolare dal momento che gli scienziati celebrano la NT come una “nuova rivoluzione industriale”[3]. Non gli passerà per la testa di diffidare di queste belle promesse perché partirà dal principio che gli scienziati obbediscano ad un'etica stretta. In più, confiderà nel fatto che lo Stato controlli gli scienziati che da esso dipendono dal momento che le loro ricerche sono finanziate con i soldi dei contribuenti.
Nanotecnologia: effetti devastanti sulla salute. Se ci si prende la pena di leggere i rapporti di ricerche sulla NT facilmente reperibili su internet, si giunge ad altre conclusioni. Si può constatare con spavento che la NT è una tecnologia estremamente pericolosa per l'uomo. L'annuncio è un esempio di disinformazione mediatica dell'industria chimica che ha usato i servigi di un premio Nobel.
Hiltrud Breyer, deputata europea specialista della protezione dell'ambiente e dei consumatori, del genio genetico e della bioetica, ha pubblicato su “Blätter für deutsche und internationale Politik”[4] un articolo intitolato “Risiko nanotechnologie" ["Rischio nanotecnologia”, ndt] nel quale ci mette in guardia: la NT è entrata “insidiosamente, quasi inosservata” nelle nostre vite e “ i consumatori vengono usati come cavie indifese per i nanoprodotti”. Questi prodotti sono apparsi liberamente sul mercato “ anche se la NT cela dei rischi considerevoli”. La Commissione Europea riconosce, in un documento intitolato “Nanoscienze, nanotecnologia, un piano d'azione per l'Europa 2005-2009”, che la tossicità e i rischi per la salute dovuti alle nanoparticelle possono essere più pericolosi di quelli provenienti da particelle più grandi, ma nonostante ciò, dal 2007 ha raddoppiato il budget della ricerca.
Per quanto riguarda gli effetti incalcolabili della NT sulla salute, Breyer scrive: “Dato che la superficie delle nanoparticelle è più rilevante della loro dimensione, esse sono molto più reattive, ma allo stesso tempo molto più pericolose. [...] Si fa in modo che le nanoparticelle sintetiche non si leghino a particelle più grandi in modo che siano meno pericolose.” Le nanoparticelle possono, “attraverso i polmoni e il sistema digestivo, giungere nel circolo sanguigno e da lì in tutti gli organi, compreso il cervello, poiché attraversano la barriera ematoencefalica che generalmente impedisce alla maggior parte delle sostanze di penetrare nel cervello”. Siccome la loro piccola dimensione fa sì che non siano riconosciute dal sistema immunitario come dei corpi estranei, possono scatenare infiammazioni e allergie. In esperimenti su dei topi, le nanoparticelle hanno causato “considerevoli danni genetici al cuore e all'aorta.”
Secondo Breyer è dal 2004 che la compagnia di assicurazione Swiss Re mette in guardia contro i “rischi non calcolabili”, stabilendo un parallelo con l'amianto, “ per il quale abbiamo impiegato 100 anni a riconoscerne i rischi”.
Secondo Breyer, non stupisce che gli Stati Uniti, guerrafondai, consacrino la metà del budget disponibile per la ricerca sulla NT per le sue applicazioni militari. Si tratta di ottimizzare le tenute dei soldati, di sviluppare nuove armi e anche di “ottimizzare” alcune capacità come l'intelligenza, la memoria o la forza fisica. Nanotecnologia: le armi nucleari di quarta generazione devono permettere di uccidere in maniera perfetta. Essenzialmente è stato il complesso militare-industriale a ricorrere alla NT e i presunti vantaggi menzionati nell'annuncio non sono che sottoprodotti della fabbricazione di armi da guerra. Un rapporto del 2004, destinato all'Assemblea parlamentare della NATO riguardante “le implicazioni delle nanotecnologie sulla sicurezza”[5], presenta in maniera dettagliata i vantaggi militari della NT. Secondo il relatore, la NT migliorerà considerevolmente la tecnologia militare: “Nel 2002, il Massachusett Institute of Technology (MIT) ha creato l'Institute for Soldier Nanotechnology (ISN) con una dotazione dell'esercito americano di 50 milioni di dollari per 5 anni”. L'obiettivo di questo centro di ricerca è di mettere a punto, con l'aiuto della NT, una tenuta da combattimento multifunzionale che migliori la protezione contro le armi biologiche e chimiche. “Alcune visioni più futuristiche intravedono anche la possibilità, grazie alle nanotecnologie, di sviluppare dei robots da combattimento autonomi e di un utilizzo militare dell'intelligenza artificiale.” Il fisico svizzero André Gsponer, direttore dell' Independent Scientific Research Institut di Ginevra, arriva a pensare che “la NT può effettivamente, grazie ad alcune sostanze resistenti al calore e alle radiazioni, contribuire a miniaturizzare e a rendere più sicure le bombe nucleari.” Si tratterebbe di una bomba “pulita” a ridotta potenza esplosiva, a combustibile termonucleare che non contiene o contiene pochissimo materiale fissile e destinata a penetrare nel suolo.
Secondo una trasmissione televisiva di rainews24 [6], “le armi nucleari di quarta generazione provocano una contaminazione radioattiva limitata, ma le loro proprietà specifiche non sono ancora state divulgate dai militari”. Il fisico nucleare interrogato è dell'opinione che abbiamo a che fare con “dei nuovi processi nucleari”. Si potrebbero fondere da 30 a 40 tonnellate di blindati pesanti in acciaio e i corpi dei soldati uccisi si farebbero neri senza che vi sia traccia di bruciatura. Secondo rapporti provenienti da varie regioni in guerra nel mondo, sembra che simili armi vengano utilizzate dagli anni 90. E le chiamiamo bombe “pulite”?
Al punto 20, il relatore della NATO scrive quanto segue: “Le possibilità innovative delle nanotecnologie nell'ambito delle armi chimiche e biologiche sono particolarmente inquietanti poiché permettono di migliorare sensibilmente i vettori degli agenti o delle sostanze tossiche. La capacità delle nanoparticelle di penetrare l'organismo umano e le sue cellule sortirà l'effetto di facilitare enormemente la guerra chimica o biologica, di governarla e di dirigerla direttamente verso gruppi o individui precisi.”[7] Nel suo libro intitolato “Die geplanten Seuchen – Aids, Sars und die militärische Genforschung” [“Le epidemie progettate – Aids, Sars e genetica militare”, ndt], Wolfgang Eggert descrive bene il fenomeno: “Qui, scienziati beneficianti di considerevoli finanziamenti intraprendono ricerche sull'annientamento dell'umanità tramite armi biologiche.”[8]
La Russia non vuole essere da meno nell'ambito della NT. A sentire la stampa, si tratta, nel quadro di un grande sforzo di investimento, di consacrare 200 miliardi di rubli alla ricerca nanotecnologica e di creare, grazie a nuovi materiali e a delle nanomacchine, nuove armi devastatrici. In seno ad un Consiglio delle nanotecnologie istituito recentemente, troviamo, a fianco di politici di primo piano, eminenti rappresentanti del capitale industriale e della scienza [9]. Non stupisce che, vista questa nuova corsa agli armamenti, i banchieri presentino il settore nanotecnologico a suon di superlativi e pronostichino un fatturato di 700 miliardi di dollari per il 2008 [10]. E dal momento che la Germania è al passo in materia di NT [11], le abilità tedesche dovrebbero rappresentare un grande interesse per l'industria di armamenti americana che funziona a pieno regime.
Armi radioattive all'uranio: genocidio o “onnicidio” [ ndt: estinzione della specie umana a seguito di un'azione umana, come una guerra nucleare o una catastrofe ambientale] a credito. La NT non è che un esempio tra gli altri di come, come scriveva Einstein, il dotto “si abbassi al punto da contribuire, in tutta obbedienza, a perfezionare i mezzi che permetteranno la distruzione totale dell'umanità.”[12] Un altro esempio è costituito dallo sviluppo di armi radioattive all'uranio, seconda arma di distruzione di massa dopo il Zyklon B, messo a punto in Germania. Utilizzando durante le loro guerre contrarie al diritto internazionale armi all'uranio contro la popolazione civile di Jugoslavia e Iraq negli anni 90, contro l'Iraq e l'Afghanistan e, con Israele, contro il Libano durante i primi anni di questo secolo, gli Anglo-Americani hanno commesso un genocidio ed un onnicidio a credito. “Horizons et débats” ha pubblicato numerosi articoli su questo argomento[13]. L' uranio impoverito, prodotto di scarto delle centrali nucleari, viene utilizzato per fabbricare munizioni dal grande potere penetrante destinate ad attaccare blindature e muri di cemento di impianti nucleari sotterranei profondi vari metri. Al momento dell'impatto della munizione sul bersaglio, dopo un grande rilascio di calore, una polvere di nanoparticelle di uranio si spande nell'atmosfera avvelenando e irradiando uomini, animali e vegetazione. La vita media delle particelle di uranio impoverito è di 4,5 miliardi di anni. Albrecht Schott stima che l'uranio impoverito sia “un esempio di intervento nel creato che ne minaccia l'esistenza” e “un'arma diretta non contro gli stati ma contro il pianeta”[15].
L'utilizzo di quest'arma costituisce una violazione flagrante della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948, esito del Processo di Norimberga [16].
AIDS e SARS, altre armi di distruzione di massa messe a punto dagli scienziati?
Secondo le ricerche di Wolfgang Eggert, sembra che l'AIDS e la SARS siano delle armi biologiche “inventate” in laboratori di massima sicurezza statunitensi al fine di sterminare esseri umani. Ciò che testimonia nel suo libro “Die geplanten Seuchen – Aids, Sars und die militärische Genforschung” è pressoché incredibile. Nel 1969, il ministero della difesa statunitense avrebbe richiesto un credito di 10 milioni di dollari destinato a ricerche sullo sviluppo di un nuovo virus che distruggerebbe il sistema immunitario e contro il quale non esisterebbe terapia [17]. Secondo il direttore aggiunto del Dipartimento di ricerca del Pentagono, “il possesso di questo virus conferirebbe agli Stati Uniti la superiorità militare assoluta”. Il credito fu accordato e gli scienziati più capaci – tra i quali Robert Gallo, “scopritore” dell'HIV, si sono messi al lavoro. Dieci anni dopo, si verificarono i primi casi di AIDS negli Stati Uniti.
Così, l'AIDS sarebbe un'arma biologica di distruzione di massa sviluppata dal genio genetico militare e utilizzabile, ad esempio, per depopolare il continente africano, in modo che i “global players” alleati dell'apparato militare possano sfruttarlo più facilmente. Eggert scrive: “Mezzo secolo fa, la fissione dell'atomo ha creato la prima minaccia di annientamento mondiale. Oggi, gli scienziati manipolano i geni e creano nuove malattie che celano un potenziale distruttivo altrettanto inquietante”[18]. Secondo Henry Kissinger, che 30 anni fa è stato il ministro americano degli Affari Esteri e capo del Consiglio nazionale di sicurezza e che ha redatto il “National Strategic Security Memorandum 200” (NSSM 200), il depopolamento doveva essere “la prima priorità della politica americana nei confronti del terzo mondo”[...] dal momento che l'economia americana necessitava “innanzitutto di materie prime provenienti d'oltre mare, soprattutto dai paesi meno sviluppati”[19].
Secondo le Nazioni Unite, nel corso dei prossimi 20 anni, l'AIDS farà nella maggior parte dei paesi toccati dalla pandemia 68 milioni di morti se non cambierà nulla di decisivo. I più vulnerabili sono i giovani male o per nulla informati [20]. Solo durante il 2005, più di un milione di giovani, di cui due terzi ragazze, sono stati contaminati dall'HIV[21].
Secondo il cronista di una radio africana, non c'è più posto nei cimiteri per seppellire i numerosi morti di AIDS.
La seconda arma biologica creata dagli scienziati descritta da Eggert nella sua opera è il virus della SARS. A crederci, il virus è stato verosimilmente creato artificialmente come “mezzo di guerra di basso livello”. È stato “messo in circolazione” in Asia ed ha frenato la stupefacente crescita economica della Cina [22].
La scienza al servizio della guerra
I preparativi di guerra del complesso militar-industriale e mediatico non sarebbero possibili senza la partecipazione di numerosi scienziati qualificati provenienti da molti ambiti diversi. Sembra che il suddetto complesso possa contare sulla loro collaborazione più o meno entusiasta. Questo stretto legame non ha certo origine oggi.
Il 29 agosto 1915, un anno dopo l'inizio della Prima Guerra Mondiale, il “Berliner Illustrierte Zeitung” scriveva, in un articolo intitolato “La scienza e la guerra”: “La guerra brutale sembra incoraggiare tutt'altro che la ricerca pacifica. In questa guerra, il lavoro scientifico porta delle vittorie. [...] Ricercatori e dotti tedeschi non smettono di inventare armi stupefacenti per i nostri eserciti vittoriosi.”[23]
Le ricerche sui gas da combattimento e le loro applicazioni in vista di un loro utilizzo durante la Prima Guerra Mondiale, quelle sul Zyklon B utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale, il programma Manhattan relativo alla messa a punto della bomba d'Hiroshima, lo sviluppo della bomba a idrogeno negli anni '50, l'utilizzo del defoliante “Agente Arancio” – sostanza tossica che provoca malformazioni dell'embrione – durante la guerra in Vietnam negli anni '60-'70, così come le ricerche sulle armi biologiche cominciate negli anni '20 in Unione Sovietica, in Gran Bretagna, in Canada e negli USA sono dei capitoli particolarmente oscuri della ricerca scientifica dell'ultimo secolo [24].
Di cosa saranno ancora capaci gli uomini? Le ricerche in Sudafrica riguardanti una droga che renda sterili in modo da ridurre “umanamente” la popolazione nera (“bomba razziale”) o quelle in Israele su una “bomba etnica” diretta contro gli Arabi sono i prodotti mostruosi delle menti di politici e di scienziati senza alcuna coscienza morale [25]. E cosa ci attende per il 21esimo secolo?
Nel 1998, gli scienziati del “Forschungsverbund Naturwissenschaft, Abrüstung und internationale Sicherheit” (FONAS), in un “memorandum di ricerche”, hanno attirato l'attenzione su “una rivoluzione nell'ambito militare” che si sta preparando oggi nei laboratori:
“La presa in considerazione dello spazio, l'elettronizzazione e l'automatizzazione del campo di battaglia, lo sviluppo di nuovi tipi di armi e l'aumento della precisione e del potere di penetrazione delle armi rinforzano nuovamente la dinamica della corsa agli armamenti. [...] Negli Stati Uniti, si parla di una rivoluzione nell'ambito militare che si sta preparando scientificamente”[26]. La bomba nucleare di quarta generazione concepita grazie alla tecnologia è uno dei prodotti mostruosi di questa rivoluzione degenerata.
Perché i cittadini non si muovano, si mente loro sui veri obiettivi di queste ricerche: si invoca il miglioramento della salute pubblica, la sicurezza energetica, la lotta contro la fame, la lotta contro il terrorismo internazionale, il mantenimento della pace nel mondo. Ed ecco che le rare scoperte applicabili all'ambito civile non sono che dei sottoprodotti della produzione di armi da guerra che prospera nel mondo intero.
Le scienze umanistiche al servizio della guerra. Le scienze naturali non sono le sole a mettersi al servizio del complesso militar-industriale e mediatico. Anche rappresentanti delle scienze umanistiche contribuiscono, in tempo di guerra o durante gli anni dei preparativi, alla mobilitazione psicologica della popolazione, come mostreremo nel prossimo articolo.
In un terzo articolo, parleremo degli scienziati che si sono impegnati in favore della pace e di un'etica di pace, come Albert Schweitzer e molti altri [27], e vedremo come la società può esigere questo impegno.
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=4949
L'umanità, a ragione, si aspetta dalla scienza che essa aiuti a risolvere i problemi urgenti come la guerra, la povertà, la fame, la malattia e l'ingiustizia sociale, quando invece sempre più scienziati vendono il loro sapere, le loro abilità, e spesso anche la loro anima, al complesso militare-industriale e mediatico. Si allontanano talmente dal loro lato umano che aiutano a perfezionare i mezzi di annientamento totale dell'umanità. La decimazione delle popolazioni dei paesi poveri ne è la conseguenza, se non l'obiettivo. Si lasciano i popoli nell'ignoranza tenendo segreti i progetti di ricerca, si mente loro facendogli credere che si stanno perseguendo obiettivi umanitari.
La prima parte di questa serie di articoli tratta del soggetto prendendo in esempio la tecnologia militare – basata sulla nanotecnologia – delle armi all'uranio impoverito e delle armi biologiche come l'AIDS e la SARS. Consacreremo un altro articolo ad esempi tratti dalle scienze umanistiche che giungono in soccorso ai bellicisti invece di opporvisi. In un terzo articolo, mostreremo che ci sono sempre stati scienziati che si sono impegnati a favore della protezione della vita e della pace. Si tratterà di vedere come le forze sociali responsabili dell'educazione, della scuola, della giustizia, della ricerca, dell'economia e della politica possono unire le loro forze per ricordare agli scienziati le loro responsabilità nei confronti dei cittadini e della comunità e portarli a rispettare le norme etiche nei loro lavori scientifici.
Nanotecnologia: “ Le nanostrutture, questi nuovi elementi minuscoli, permetteranno di compiere grandi cose.”
Qualche tempo fa è apparso su un grande quotidiano tedesco un annuncio a tutta pagina di un'industria chimica [1]. Un premio Nobel della fisica nato nel 1947 vi evoca i vantaggi di cui si suppone la nanotecnologia (NT) sia dotata. Egli stesso ha contribuito un quarto di secolo fa a far avanzare la NT inventando un microscopio a effetto tunnel che permette di osservare atomi e molecole. Il prefisso nano serve a designare le particelle la cui dimensione è inferiore a 100 nanometri (1nm = 1 miliardesimo di m) e, secondo questo scienziato, la nanotecnologia permette di lavorare su atomi precisi.
Il professore di fisica comincia enumerando prodotti industriali creati grazie alla NT, come padelle e vernici per automobili “estremamente resistenti” e nello stesso tempo “di facile manutenzione”, così come "nuovi materiali dalle proprietà superiori a quelle dei metalli". Inoltre, nanosistemi biologici sono stati studiati “per essere utilizzati in medicina e nella tecnica”, così come “nuove tecniche di combustione [...]che producono energia senza rilasciare CO2 nell'atmosfera”. Si sono investite molte speranze anche nei nanoprocessori “la cui produzione è meno costosa di quella delle attuali chip” e che sono più intelligenti. Secondo il nostro professore, la NT apporterà molto alla medicina. Nelle terapie anticancro, si introducono “delle nanoparticelle fino alle cellule cancerose, dove vengono riscaldate tramite agitazione magnetica distruggendo le cellule in modo mirato.” “Grazie alla nanotecnologia in particolare, un giorno saremo in grado di attaccare i virus e lottare contro pandemie che minacciano il mondo.” Dal momento che nella NT alcune cose sono ancora “ in via di sviluppo, dei timori al riguardo potrebbero manifestarsi nella popolazione, ad esempio a proposito dei chip intelligenti.” Dobbiamo inoltre “comunicare apertamente e creare una fiducia profonda nella scienza”. “Noi ricercatori”, afferma con forza, “ci avventuriamo in terre sconosciute, ma ridurremo i rischi per quanto ci sia possibile.”
Coloro che desiderano sapere di più sulla NT sono invitati, in fondo al comunicato, a “chattare” su internet con degli specialisti. L'argomento di discussione è il seguente: “Le nanostrutture, questi nuovi elementi minuscoli, permetteranno di compiere grandi cose.”[2]
Il profano si sentirà interpellato dalle promesse di questo annuncio, il malato di cancro potrebbe cominciare a sperare nuovamente, in particolare dal momento che gli scienziati celebrano la NT come una “nuova rivoluzione industriale”[3]. Non gli passerà per la testa di diffidare di queste belle promesse perché partirà dal principio che gli scienziati obbediscano ad un'etica stretta. In più, confiderà nel fatto che lo Stato controlli gli scienziati che da esso dipendono dal momento che le loro ricerche sono finanziate con i soldi dei contribuenti.
Nanotecnologia: effetti devastanti sulla salute. Se ci si prende la pena di leggere i rapporti di ricerche sulla NT facilmente reperibili su internet, si giunge ad altre conclusioni. Si può constatare con spavento che la NT è una tecnologia estremamente pericolosa per l'uomo. L'annuncio è un esempio di disinformazione mediatica dell'industria chimica che ha usato i servigi di un premio Nobel.
Hiltrud Breyer, deputata europea specialista della protezione dell'ambiente e dei consumatori, del genio genetico e della bioetica, ha pubblicato su “Blätter für deutsche und internationale Politik”[4] un articolo intitolato “Risiko nanotechnologie" ["Rischio nanotecnologia”, ndt] nel quale ci mette in guardia: la NT è entrata “insidiosamente, quasi inosservata” nelle nostre vite e “ i consumatori vengono usati come cavie indifese per i nanoprodotti”. Questi prodotti sono apparsi liberamente sul mercato “ anche se la NT cela dei rischi considerevoli”. La Commissione Europea riconosce, in un documento intitolato “Nanoscienze, nanotecnologia, un piano d'azione per l'Europa 2005-2009”, che la tossicità e i rischi per la salute dovuti alle nanoparticelle possono essere più pericolosi di quelli provenienti da particelle più grandi, ma nonostante ciò, dal 2007 ha raddoppiato il budget della ricerca.
Per quanto riguarda gli effetti incalcolabili della NT sulla salute, Breyer scrive: “Dato che la superficie delle nanoparticelle è più rilevante della loro dimensione, esse sono molto più reattive, ma allo stesso tempo molto più pericolose. [...] Si fa in modo che le nanoparticelle sintetiche non si leghino a particelle più grandi in modo che siano meno pericolose.” Le nanoparticelle possono, “attraverso i polmoni e il sistema digestivo, giungere nel circolo sanguigno e da lì in tutti gli organi, compreso il cervello, poiché attraversano la barriera ematoencefalica che generalmente impedisce alla maggior parte delle sostanze di penetrare nel cervello”. Siccome la loro piccola dimensione fa sì che non siano riconosciute dal sistema immunitario come dei corpi estranei, possono scatenare infiammazioni e allergie. In esperimenti su dei topi, le nanoparticelle hanno causato “considerevoli danni genetici al cuore e all'aorta.”
Secondo Breyer è dal 2004 che la compagnia di assicurazione Swiss Re mette in guardia contro i “rischi non calcolabili”, stabilendo un parallelo con l'amianto, “ per il quale abbiamo impiegato 100 anni a riconoscerne i rischi”.
Secondo Breyer, non stupisce che gli Stati Uniti, guerrafondai, consacrino la metà del budget disponibile per la ricerca sulla NT per le sue applicazioni militari. Si tratta di ottimizzare le tenute dei soldati, di sviluppare nuove armi e anche di “ottimizzare” alcune capacità come l'intelligenza, la memoria o la forza fisica. Nanotecnologia: le armi nucleari di quarta generazione devono permettere di uccidere in maniera perfetta. Essenzialmente è stato il complesso militare-industriale a ricorrere alla NT e i presunti vantaggi menzionati nell'annuncio non sono che sottoprodotti della fabbricazione di armi da guerra. Un rapporto del 2004, destinato all'Assemblea parlamentare della NATO riguardante “le implicazioni delle nanotecnologie sulla sicurezza”[5], presenta in maniera dettagliata i vantaggi militari della NT. Secondo il relatore, la NT migliorerà considerevolmente la tecnologia militare: “Nel 2002, il Massachusett Institute of Technology (MIT) ha creato l'Institute for Soldier Nanotechnology (ISN) con una dotazione dell'esercito americano di 50 milioni di dollari per 5 anni”. L'obiettivo di questo centro di ricerca è di mettere a punto, con l'aiuto della NT, una tenuta da combattimento multifunzionale che migliori la protezione contro le armi biologiche e chimiche. “Alcune visioni più futuristiche intravedono anche la possibilità, grazie alle nanotecnologie, di sviluppare dei robots da combattimento autonomi e di un utilizzo militare dell'intelligenza artificiale.” Il fisico svizzero André Gsponer, direttore dell' Independent Scientific Research Institut di Ginevra, arriva a pensare che “la NT può effettivamente, grazie ad alcune sostanze resistenti al calore e alle radiazioni, contribuire a miniaturizzare e a rendere più sicure le bombe nucleari.” Si tratterebbe di una bomba “pulita” a ridotta potenza esplosiva, a combustibile termonucleare che non contiene o contiene pochissimo materiale fissile e destinata a penetrare nel suolo.
Secondo una trasmissione televisiva di rainews24 [6], “le armi nucleari di quarta generazione provocano una contaminazione radioattiva limitata, ma le loro proprietà specifiche non sono ancora state divulgate dai militari”. Il fisico nucleare interrogato è dell'opinione che abbiamo a che fare con “dei nuovi processi nucleari”. Si potrebbero fondere da 30 a 40 tonnellate di blindati pesanti in acciaio e i corpi dei soldati uccisi si farebbero neri senza che vi sia traccia di bruciatura. Secondo rapporti provenienti da varie regioni in guerra nel mondo, sembra che simili armi vengano utilizzate dagli anni 90. E le chiamiamo bombe “pulite”?
Al punto 20, il relatore della NATO scrive quanto segue: “Le possibilità innovative delle nanotecnologie nell'ambito delle armi chimiche e biologiche sono particolarmente inquietanti poiché permettono di migliorare sensibilmente i vettori degli agenti o delle sostanze tossiche. La capacità delle nanoparticelle di penetrare l'organismo umano e le sue cellule sortirà l'effetto di facilitare enormemente la guerra chimica o biologica, di governarla e di dirigerla direttamente verso gruppi o individui precisi.”[7] Nel suo libro intitolato “Die geplanten Seuchen – Aids, Sars und die militärische Genforschung” [“Le epidemie progettate – Aids, Sars e genetica militare”, ndt], Wolfgang Eggert descrive bene il fenomeno: “Qui, scienziati beneficianti di considerevoli finanziamenti intraprendono ricerche sull'annientamento dell'umanità tramite armi biologiche.”[8]
La Russia non vuole essere da meno nell'ambito della NT. A sentire la stampa, si tratta, nel quadro di un grande sforzo di investimento, di consacrare 200 miliardi di rubli alla ricerca nanotecnologica e di creare, grazie a nuovi materiali e a delle nanomacchine, nuove armi devastatrici. In seno ad un Consiglio delle nanotecnologie istituito recentemente, troviamo, a fianco di politici di primo piano, eminenti rappresentanti del capitale industriale e della scienza [9]. Non stupisce che, vista questa nuova corsa agli armamenti, i banchieri presentino il settore nanotecnologico a suon di superlativi e pronostichino un fatturato di 700 miliardi di dollari per il 2008 [10]. E dal momento che la Germania è al passo in materia di NT [11], le abilità tedesche dovrebbero rappresentare un grande interesse per l'industria di armamenti americana che funziona a pieno regime.
Armi radioattive all'uranio: genocidio o “onnicidio” [ ndt: estinzione della specie umana a seguito di un'azione umana, come una guerra nucleare o una catastrofe ambientale] a credito. La NT non è che un esempio tra gli altri di come, come scriveva Einstein, il dotto “si abbassi al punto da contribuire, in tutta obbedienza, a perfezionare i mezzi che permetteranno la distruzione totale dell'umanità.”[12] Un altro esempio è costituito dallo sviluppo di armi radioattive all'uranio, seconda arma di distruzione di massa dopo il Zyklon B, messo a punto in Germania. Utilizzando durante le loro guerre contrarie al diritto internazionale armi all'uranio contro la popolazione civile di Jugoslavia e Iraq negli anni 90, contro l'Iraq e l'Afghanistan e, con Israele, contro il Libano durante i primi anni di questo secolo, gli Anglo-Americani hanno commesso un genocidio ed un onnicidio a credito. “Horizons et débats” ha pubblicato numerosi articoli su questo argomento[13]. L' uranio impoverito, prodotto di scarto delle centrali nucleari, viene utilizzato per fabbricare munizioni dal grande potere penetrante destinate ad attaccare blindature e muri di cemento di impianti nucleari sotterranei profondi vari metri. Al momento dell'impatto della munizione sul bersaglio, dopo un grande rilascio di calore, una polvere di nanoparticelle di uranio si spande nell'atmosfera avvelenando e irradiando uomini, animali e vegetazione. La vita media delle particelle di uranio impoverito è di 4,5 miliardi di anni. Albrecht Schott stima che l'uranio impoverito sia “un esempio di intervento nel creato che ne minaccia l'esistenza” e “un'arma diretta non contro gli stati ma contro il pianeta”[15].
L'utilizzo di quest'arma costituisce una violazione flagrante della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948, esito del Processo di Norimberga [16].
AIDS e SARS, altre armi di distruzione di massa messe a punto dagli scienziati?
Secondo le ricerche di Wolfgang Eggert, sembra che l'AIDS e la SARS siano delle armi biologiche “inventate” in laboratori di massima sicurezza statunitensi al fine di sterminare esseri umani. Ciò che testimonia nel suo libro “Die geplanten Seuchen – Aids, Sars und die militärische Genforschung” è pressoché incredibile. Nel 1969, il ministero della difesa statunitense avrebbe richiesto un credito di 10 milioni di dollari destinato a ricerche sullo sviluppo di un nuovo virus che distruggerebbe il sistema immunitario e contro il quale non esisterebbe terapia [17]. Secondo il direttore aggiunto del Dipartimento di ricerca del Pentagono, “il possesso di questo virus conferirebbe agli Stati Uniti la superiorità militare assoluta”. Il credito fu accordato e gli scienziati più capaci – tra i quali Robert Gallo, “scopritore” dell'HIV, si sono messi al lavoro. Dieci anni dopo, si verificarono i primi casi di AIDS negli Stati Uniti.
Così, l'AIDS sarebbe un'arma biologica di distruzione di massa sviluppata dal genio genetico militare e utilizzabile, ad esempio, per depopolare il continente africano, in modo che i “global players” alleati dell'apparato militare possano sfruttarlo più facilmente. Eggert scrive: “Mezzo secolo fa, la fissione dell'atomo ha creato la prima minaccia di annientamento mondiale. Oggi, gli scienziati manipolano i geni e creano nuove malattie che celano un potenziale distruttivo altrettanto inquietante”[18]. Secondo Henry Kissinger, che 30 anni fa è stato il ministro americano degli Affari Esteri e capo del Consiglio nazionale di sicurezza e che ha redatto il “National Strategic Security Memorandum 200” (NSSM 200), il depopolamento doveva essere “la prima priorità della politica americana nei confronti del terzo mondo”[...] dal momento che l'economia americana necessitava “innanzitutto di materie prime provenienti d'oltre mare, soprattutto dai paesi meno sviluppati”[19].
Secondo le Nazioni Unite, nel corso dei prossimi 20 anni, l'AIDS farà nella maggior parte dei paesi toccati dalla pandemia 68 milioni di morti se non cambierà nulla di decisivo. I più vulnerabili sono i giovani male o per nulla informati [20]. Solo durante il 2005, più di un milione di giovani, di cui due terzi ragazze, sono stati contaminati dall'HIV[21].
Secondo il cronista di una radio africana, non c'è più posto nei cimiteri per seppellire i numerosi morti di AIDS.
La seconda arma biologica creata dagli scienziati descritta da Eggert nella sua opera è il virus della SARS. A crederci, il virus è stato verosimilmente creato artificialmente come “mezzo di guerra di basso livello”. È stato “messo in circolazione” in Asia ed ha frenato la stupefacente crescita economica della Cina [22].
La scienza al servizio della guerra
I preparativi di guerra del complesso militar-industriale e mediatico non sarebbero possibili senza la partecipazione di numerosi scienziati qualificati provenienti da molti ambiti diversi. Sembra che il suddetto complesso possa contare sulla loro collaborazione più o meno entusiasta. Questo stretto legame non ha certo origine oggi.
Il 29 agosto 1915, un anno dopo l'inizio della Prima Guerra Mondiale, il “Berliner Illustrierte Zeitung” scriveva, in un articolo intitolato “La scienza e la guerra”: “La guerra brutale sembra incoraggiare tutt'altro che la ricerca pacifica. In questa guerra, il lavoro scientifico porta delle vittorie. [...] Ricercatori e dotti tedeschi non smettono di inventare armi stupefacenti per i nostri eserciti vittoriosi.”[23]
Le ricerche sui gas da combattimento e le loro applicazioni in vista di un loro utilizzo durante la Prima Guerra Mondiale, quelle sul Zyklon B utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale, il programma Manhattan relativo alla messa a punto della bomba d'Hiroshima, lo sviluppo della bomba a idrogeno negli anni '50, l'utilizzo del defoliante “Agente Arancio” – sostanza tossica che provoca malformazioni dell'embrione – durante la guerra in Vietnam negli anni '60-'70, così come le ricerche sulle armi biologiche cominciate negli anni '20 in Unione Sovietica, in Gran Bretagna, in Canada e negli USA sono dei capitoli particolarmente oscuri della ricerca scientifica dell'ultimo secolo [24].
Di cosa saranno ancora capaci gli uomini? Le ricerche in Sudafrica riguardanti una droga che renda sterili in modo da ridurre “umanamente” la popolazione nera (“bomba razziale”) o quelle in Israele su una “bomba etnica” diretta contro gli Arabi sono i prodotti mostruosi delle menti di politici e di scienziati senza alcuna coscienza morale [25]. E cosa ci attende per il 21esimo secolo?
Nel 1998, gli scienziati del “Forschungsverbund Naturwissenschaft, Abrüstung und internationale Sicherheit” (FONAS), in un “memorandum di ricerche”, hanno attirato l'attenzione su “una rivoluzione nell'ambito militare” che si sta preparando oggi nei laboratori:
“La presa in considerazione dello spazio, l'elettronizzazione e l'automatizzazione del campo di battaglia, lo sviluppo di nuovi tipi di armi e l'aumento della precisione e del potere di penetrazione delle armi rinforzano nuovamente la dinamica della corsa agli armamenti. [...] Negli Stati Uniti, si parla di una rivoluzione nell'ambito militare che si sta preparando scientificamente”[26]. La bomba nucleare di quarta generazione concepita grazie alla tecnologia è uno dei prodotti mostruosi di questa rivoluzione degenerata.
Perché i cittadini non si muovano, si mente loro sui veri obiettivi di queste ricerche: si invoca il miglioramento della salute pubblica, la sicurezza energetica, la lotta contro la fame, la lotta contro il terrorismo internazionale, il mantenimento della pace nel mondo. Ed ecco che le rare scoperte applicabili all'ambito civile non sono che dei sottoprodotti della produzione di armi da guerra che prospera nel mondo intero.
Le scienze umanistiche al servizio della guerra. Le scienze naturali non sono le sole a mettersi al servizio del complesso militar-industriale e mediatico. Anche rappresentanti delle scienze umanistiche contribuiscono, in tempo di guerra o durante gli anni dei preparativi, alla mobilitazione psicologica della popolazione, come mostreremo nel prossimo articolo.
In un terzo articolo, parleremo degli scienziati che si sono impegnati in favore della pace e di un'etica di pace, come Albert Schweitzer e molti altri [27], e vedremo come la società può esigere questo impegno.
mercoledì 13 agosto 2008
Ultimo atto di De Magistris
"Ecco la cupola". L'ultimo affondo di De Magistris
Scritto da Antonio Massari
martedì 12 agosto 2008
Il pm di Catanzaro Luigi De Magistris, punito e trasferito dal Csm, chiude l’inchiesta «Toghe Lucane» con un lungo elenco di indagati – ben 33 – e pesanti accuse alla magistratura. E’ il suo ultimo atto da pubblico ministero prima di trasferirsi a Napoli con funzioni di giudice.
Tra gli indagati figurano 8 magistrati, quattro ufficiali dei carabinieri, un senatore, un presidente di Regione e tre sindaci. Indagati anche l’ex questore, Vincenzo Mauro, e l’ex capo della squadra mobile, Luisa Fasano. Nelle aule di giustizia, a Potenza, si oscilla tra la corruzione e la «cartomanzia giudiziaria» (la pm Claudia De Luca, per 65 volte, chiama l’899 di un cartomante con il telefono di servizio). Spuntano complotti tra vertici dei carabinieri (i generali Cetola e Garelli, comandante interregionale e comandante della Basilicata) e toghe (il sostituto pg Bonomi) per...
danneggiare altri magistrati (i pm Woodcock e Montemurro, i gip Iannuzzi e Pavese).
Il «sodalizio», scrive De Magistris, era «composto da politici, avvocati, imprenditori e faccendieri che avevano necessità di interventi illeciti per il condizionamento dell’attività giudiziaria. I pubblici ufficiali asservivano la loro funzione, ricevendo utilità varie, inclusi incarichi in ruoli di vertice all’interno dell’ordine giudiziario o nella commissione antimafia».
Al centro delle vicende un vorticoso giro di soldi.
Milioni di finanziamenti pubblici vengono dirottati sul complesso turistico Marinagri. Ubicato in una zona ad alto rischio idrogeologico, potrebbe essere spazzato via da un’alluvione. Ma non importa: i finanziamenti devono passare ugualmente. La magistratura lucana, allertata sull’operazione archivia. Le indagini sono condotte dalla pm di Matera, Claudia Morelli (indagata).
Intanto, il pm napoletano, scopre che Giuseppe Chieco, capo della procura di Matera, era interessato all’acquisto d’un appartamento nel villaggio turistico.
Scopre che il senatore Filippo Bubbico (Pd), ex governatore lucano, spinge perché il progetto passi.
Indaga anche sul Presidente della Regione, Vito De Filippo (Pd), su un alto funzionario del ministero (Massimo Goti), sull’ex moglie di Marco Follini, Elisabetta Spitz, e sui passaggi che portano all’approvazione di progetto e finanziamento.
Altri esempi. Iside Granese, Presidente del Tribunale di Matera, ottiene dalla banca Popolare del materano un mutuo di 620 mila euro al tre per cento d’interessi. Per la banca sembra un’operazione in perdita. Ma la Granese firma una sentenza di fallimento che avvantaggerebbe due esponenti della banca.
In queste 516 pagine scorre una storia ultraventennale: indagando sulla magistratura lucana, de Magistris, scopre novità su tre casi irrisolti: la scomparsa di Elisa Claps e due duplici omicidi.
Novità trasmesse alla procura di Salerno.
La Stampa, 9 agosto 2008
Scritto da Antonio Massari
martedì 12 agosto 2008
Il pm di Catanzaro Luigi De Magistris, punito e trasferito dal Csm, chiude l’inchiesta «Toghe Lucane» con un lungo elenco di indagati – ben 33 – e pesanti accuse alla magistratura. E’ il suo ultimo atto da pubblico ministero prima di trasferirsi a Napoli con funzioni di giudice.
Tra gli indagati figurano 8 magistrati, quattro ufficiali dei carabinieri, un senatore, un presidente di Regione e tre sindaci. Indagati anche l’ex questore, Vincenzo Mauro, e l’ex capo della squadra mobile, Luisa Fasano. Nelle aule di giustizia, a Potenza, si oscilla tra la corruzione e la «cartomanzia giudiziaria» (la pm Claudia De Luca, per 65 volte, chiama l’899 di un cartomante con il telefono di servizio). Spuntano complotti tra vertici dei carabinieri (i generali Cetola e Garelli, comandante interregionale e comandante della Basilicata) e toghe (il sostituto pg Bonomi) per...
danneggiare altri magistrati (i pm Woodcock e Montemurro, i gip Iannuzzi e Pavese).
Il «sodalizio», scrive De Magistris, era «composto da politici, avvocati, imprenditori e faccendieri che avevano necessità di interventi illeciti per il condizionamento dell’attività giudiziaria. I pubblici ufficiali asservivano la loro funzione, ricevendo utilità varie, inclusi incarichi in ruoli di vertice all’interno dell’ordine giudiziario o nella commissione antimafia».
Al centro delle vicende un vorticoso giro di soldi.
Milioni di finanziamenti pubblici vengono dirottati sul complesso turistico Marinagri. Ubicato in una zona ad alto rischio idrogeologico, potrebbe essere spazzato via da un’alluvione. Ma non importa: i finanziamenti devono passare ugualmente. La magistratura lucana, allertata sull’operazione archivia. Le indagini sono condotte dalla pm di Matera, Claudia Morelli (indagata).
Intanto, il pm napoletano, scopre che Giuseppe Chieco, capo della procura di Matera, era interessato all’acquisto d’un appartamento nel villaggio turistico.
Scopre che il senatore Filippo Bubbico (Pd), ex governatore lucano, spinge perché il progetto passi.
Indaga anche sul Presidente della Regione, Vito De Filippo (Pd), su un alto funzionario del ministero (Massimo Goti), sull’ex moglie di Marco Follini, Elisabetta Spitz, e sui passaggi che portano all’approvazione di progetto e finanziamento.
Altri esempi. Iside Granese, Presidente del Tribunale di Matera, ottiene dalla banca Popolare del materano un mutuo di 620 mila euro al tre per cento d’interessi. Per la banca sembra un’operazione in perdita. Ma la Granese firma una sentenza di fallimento che avvantaggerebbe due esponenti della banca.
In queste 516 pagine scorre una storia ultraventennale: indagando sulla magistratura lucana, de Magistris, scopre novità su tre casi irrisolti: la scomparsa di Elisa Claps e due duplici omicidi.
Novità trasmesse alla procura di Salerno.
La Stampa, 9 agosto 2008
sabato 2 agosto 2008
LA PENA DI MORTE NEL TRATTATO DI LISBONA?
La pena di morte nel Trattato di Lisbona?
Un report di analisi sul Trattato di Lisbona per spiegare uno tra gli aspetti controversi e ambigui del testo del trattato semplificato che sostituisce il progetto della Costituzione Europea. Il corpus del Trattato di Lisbona crea infatti un vero e proprio guazzabuglio su un argomento così delicato, che è la "privazione della Vita del Cittadino ", o in altre parole la pena di morte, che diventa in qualche modo "lecita" dinanzi a particolari condizioni.
Il “Trattato di Lisbona” è un corpus di più documenti che vanno a rivoluzionare completamente l’assetto del nostro continente. Comprende la vecchia Costituzione europea, bocciata da Francia ed Olanda, praticamente in toto a meno di qualche elemento di cosmesi di facciata e vari altri documenti che assimilano e modificano i precedenti. Riguardo la questione della Lecita Privazione della Vita del Cittadino da parte dello Stato i documenti fondamentali a cui si farà riferimento sono:
1. il Trattato sull’Unione Europea (TUE)
2. la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea
3. la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU)
In questo ambito il corpus del Trattato di Lisbona crea un vero e proprio guazzabuglio. Su un argomento così delicato, l’unica chiara ed inequivocabile risposta della nostra cultura europea, scaturita da secoli di lotte contro l’oppressione (Jhon Locke, 1690, Saggio sull’intelletto umano) è che la privazione della Vita del Cittadino è proibita e lo Stato non deve in nessun modo poterlo fare impunemente. E’ solo grazie alla lezione del Prof. Karl Albrecht Schachtschneider, Professore di Diritto all’Università di Erlangen-Nürnberg, che è possibile ricostruire con competenza il quadro completo.
Attualmente è disponibile in rete la Versione Consolidata del trattato, ovvero la versione completa in cui è stato sostituito tutto il “taglia e cuci” della precedente. Nonostante il processo di ratifica del Trattato in Europa sia iniziato nei primi mesi del 2008 (in Francia a Febbraio), la versione disponibile fino a Maggio comprendeva alcune centinaia di pagine incomprensibili tutte fatte di rimandi, correzioni e sostituzioni, note a piè di pagina assolutamente incomprensibile per i più, francesi compresi.
Ebbene la Versione consolidata del Trattato sull’Unione Europea dice:
Articolo 2
L'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.
Articolo 6, paragrafi 1 e 2
1. L'Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea del 7 dicembre 2000, adattata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati.
Le disposizioni della Carta non estendono in alcun modo le competenze dell'Unione definite nei trattati.
I diritti, le libertà e i principi della Carta sono interpretati in conformità delle disposizioni generali del titolo VII della Carta che disciplinano la sua interpretazione e applicazione e tenendo in debito conto le spiegazioni cui si fa riferimento nella Carta, che indicano le fonti di tali disposizioni.
2. L'Unione aderisce alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (detta CEDU, ndr). Tale adesione non modifica le competenze dell'Unione definite nei trattati.
Inoltre il fatto che l'Unione aderisca alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali è ribadito anche nel Protocollo n°8 intitolato "relativo all'articolo 6, paragrafo 2 del Trattato sull'Unione Europea sull'adesione dell'unione alla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali". Infine:
Articolo 51
I protocolli e gli allegati ai trattati ne costituiscono parte integrante.
Fin qui, parrebbe tutto come di consueto: viene tutelata la libertà dell’individuo, il pluralismo e sono rispettati i diritti umani inalienabili, tanto che l’Unione aderirebbe alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (come se la carta dei Diritti Fondamentali dell’Uomo dell’ONU non bastasse più…).
Occorre però osservare che integrata nel Trattato sull’Unione Europea, vi è anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, la quale recita:
Articolo 2
Diritto alla vita
1. Ogni individuo ha diritto alla vita.
2. Nessuno può essere condannato alla pena di morte, né giustiziato.
Ma anche
Articolo 52, paragrafo 3
Portata dei diritti garantiti
3. Laddove la presente Carta contenga diritti corrispondenti a quelli garantiti dalla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (detta CEDU), il significato e la portata degli stessi sono uguali a quelli conferiti dalla suddetta convenzione. La presente disposizione non preclude che il diritto dell'Unione conceda una protezione più estesa.
Questo passaggio è fondamentale perché di fatto si sancisce la pariteticità tra Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) laddove le due carte trattano gli stessi argomenti.
Quest’ultima, a dispetto del nome, presenta diverse contraddizioni che minano completamente le basi precedentemente poste, infatti la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) dice:
Articolo 2 - Diritto alla vita
1. Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge. Nessuno può essere intenzionalmente privato della vita, salvo che in esecuzione di una sentenza capitale pronunciata da un tribunale, nel caso in cui il delitto è punito dalla legge con tale pena.
2. La morte non si considera inflitta in violazione di questo articolo quando risulta da un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario:
1. per assicurare la difesa di ogni persona dalla violenza illegale;
2. per eseguire un arresto regolare o per impedire l'evasione di una persona regolarmente detenuta;
3. per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o una insurrezione.
E’ da notare che non esiste una definizione di sommossa o insurrezione!!! Quindi le forze di polizia hanno la massima opinabilità in questo frangente! La sommossa sono i valsusini che non vogliono respirare amianto e uranio? Sono i vicentini che non vogliono 90 testate nucleari pronte a distruggere l’Iran in casa propria? Sono i cittadini di Chiaiano che non vogliono gli sversamenti abusivi di rifiuti tossici o radioattivi? Sono i Ferraresi che non desiderano un triplo cancronizzatore? O chi di noi domani quando vedrà calpestato selvaggiamente un proprio diritto fondamentale
Inoltre aggiunge nel sesto protocollo aggiuntivo:
Articolo 1 - Abolizione della pena di morte
La pena di morte è abolita. Nessuno può essere condannato a tale pena né giustiziato.
Articolo 2 - Pena di morte in tempo di guerra
Uno Stato può prevedere nella sua legislazione la pena di morte per atti commessi in tempo di guerra o in caso di pericolo imminente di guerra; tale pena sarà applicata solo nei casi previsti da questa legislazione e conformemente alle sue disposizioni. Lo Stato comunicherà al Segretario Generale del Consiglio d'Europa le disposizioni rilevanti della legislazione in questione.
Conclusioni:
-la pena di morte è ovunque abolita in tempo di pace, per cui gli Stati che la dovessero prevedere allo stato attuale la devono abolire. Ad ogni modo, nella transizione verso l’abolizione non infrangono il Trattato di Lisbona se la comminano a causa dell’articolo 2 del CEDU.
-la pena di morte può essere introdotta in tempo di guerra. Certo è che grazie al patto di mutuo soccorso fra gli stati europei in casi di attacchi terroristici, una nazione può in un attimo trascinare le altre in guerra, quindi la probabilità che anche la provincia italiana si trovi perennemente in stato di guerra è rilevante-è gravissimo e subdolo che l’articolo 2 del CEDU permetta di sparare sulla folla impunemente. Qui non si parla di pena di morte ma di uccidere barbaramente nel tumulto! Nei casi di pena di morte in tempo di guerra, per lo meno, c’è un processo, degli avvocati, un dibattimento. In questo caso no: è tutto immediato, senza razionalità, è pura barbaria! Se il comandante impartisce l’ordine, i sottoposti possono ammazzare i manifestanti, se un celerino nel tumulto, magari preso da paura, comincia a sfasciare crani e costole all’impazzata senza più alcun controllo, lo potrà fare. Tutto ciò perché non vi è alcuna definizione di “ricorso alla forza resosi assolutamente necessario”.
Non è possibile accettare una simile legge perché la vita del cittadino è inviolabile! Ed è offensivo che i nostri politici lascino tanta indeterminatezza ed opinabilità su un argomento tanto delicato!
Fatto così, no al Trattato di Lisbona!!!
Stefano Cantelli
Un report di analisi sul Trattato di Lisbona per spiegare uno tra gli aspetti controversi e ambigui del testo del trattato semplificato che sostituisce il progetto della Costituzione Europea. Il corpus del Trattato di Lisbona crea infatti un vero e proprio guazzabuglio su un argomento così delicato, che è la "privazione della Vita del Cittadino ", o in altre parole la pena di morte, che diventa in qualche modo "lecita" dinanzi a particolari condizioni.
Il “Trattato di Lisbona” è un corpus di più documenti che vanno a rivoluzionare completamente l’assetto del nostro continente. Comprende la vecchia Costituzione europea, bocciata da Francia ed Olanda, praticamente in toto a meno di qualche elemento di cosmesi di facciata e vari altri documenti che assimilano e modificano i precedenti. Riguardo la questione della Lecita Privazione della Vita del Cittadino da parte dello Stato i documenti fondamentali a cui si farà riferimento sono:
1. il Trattato sull’Unione Europea (TUE)
2. la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea
3. la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU)
In questo ambito il corpus del Trattato di Lisbona crea un vero e proprio guazzabuglio. Su un argomento così delicato, l’unica chiara ed inequivocabile risposta della nostra cultura europea, scaturita da secoli di lotte contro l’oppressione (Jhon Locke, 1690, Saggio sull’intelletto umano) è che la privazione della Vita del Cittadino è proibita e lo Stato non deve in nessun modo poterlo fare impunemente. E’ solo grazie alla lezione del Prof. Karl Albrecht Schachtschneider, Professore di Diritto all’Università di Erlangen-Nürnberg, che è possibile ricostruire con competenza il quadro completo.
Attualmente è disponibile in rete la Versione Consolidata del trattato, ovvero la versione completa in cui è stato sostituito tutto il “taglia e cuci” della precedente. Nonostante il processo di ratifica del Trattato in Europa sia iniziato nei primi mesi del 2008 (in Francia a Febbraio), la versione disponibile fino a Maggio comprendeva alcune centinaia di pagine incomprensibili tutte fatte di rimandi, correzioni e sostituzioni, note a piè di pagina assolutamente incomprensibile per i più, francesi compresi.
Ebbene la Versione consolidata del Trattato sull’Unione Europea dice:
Articolo 2
L'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.
Articolo 6, paragrafi 1 e 2
1. L'Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea del 7 dicembre 2000, adattata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati.
Le disposizioni della Carta non estendono in alcun modo le competenze dell'Unione definite nei trattati.
I diritti, le libertà e i principi della Carta sono interpretati in conformità delle disposizioni generali del titolo VII della Carta che disciplinano la sua interpretazione e applicazione e tenendo in debito conto le spiegazioni cui si fa riferimento nella Carta, che indicano le fonti di tali disposizioni.
2. L'Unione aderisce alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (detta CEDU, ndr). Tale adesione non modifica le competenze dell'Unione definite nei trattati.
Inoltre il fatto che l'Unione aderisca alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali è ribadito anche nel Protocollo n°8 intitolato "relativo all'articolo 6, paragrafo 2 del Trattato sull'Unione Europea sull'adesione dell'unione alla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali". Infine:
Articolo 51
I protocolli e gli allegati ai trattati ne costituiscono parte integrante.
Fin qui, parrebbe tutto come di consueto: viene tutelata la libertà dell’individuo, il pluralismo e sono rispettati i diritti umani inalienabili, tanto che l’Unione aderirebbe alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (come se la carta dei Diritti Fondamentali dell’Uomo dell’ONU non bastasse più…).
Occorre però osservare che integrata nel Trattato sull’Unione Europea, vi è anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, la quale recita:
Articolo 2
Diritto alla vita
1. Ogni individuo ha diritto alla vita.
2. Nessuno può essere condannato alla pena di morte, né giustiziato.
Ma anche
Articolo 52, paragrafo 3
Portata dei diritti garantiti
3. Laddove la presente Carta contenga diritti corrispondenti a quelli garantiti dalla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (detta CEDU), il significato e la portata degli stessi sono uguali a quelli conferiti dalla suddetta convenzione. La presente disposizione non preclude che il diritto dell'Unione conceda una protezione più estesa.
Questo passaggio è fondamentale perché di fatto si sancisce la pariteticità tra Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) laddove le due carte trattano gli stessi argomenti.
Quest’ultima, a dispetto del nome, presenta diverse contraddizioni che minano completamente le basi precedentemente poste, infatti la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) dice:
Articolo 2 - Diritto alla vita
1. Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge. Nessuno può essere intenzionalmente privato della vita, salvo che in esecuzione di una sentenza capitale pronunciata da un tribunale, nel caso in cui il delitto è punito dalla legge con tale pena.
2. La morte non si considera inflitta in violazione di questo articolo quando risulta da un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario:
1. per assicurare la difesa di ogni persona dalla violenza illegale;
2. per eseguire un arresto regolare o per impedire l'evasione di una persona regolarmente detenuta;
3. per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o una insurrezione.
E’ da notare che non esiste una definizione di sommossa o insurrezione!!! Quindi le forze di polizia hanno la massima opinabilità in questo frangente! La sommossa sono i valsusini che non vogliono respirare amianto e uranio? Sono i vicentini che non vogliono 90 testate nucleari pronte a distruggere l’Iran in casa propria? Sono i cittadini di Chiaiano che non vogliono gli sversamenti abusivi di rifiuti tossici o radioattivi? Sono i Ferraresi che non desiderano un triplo cancronizzatore? O chi di noi domani quando vedrà calpestato selvaggiamente un proprio diritto fondamentale
Inoltre aggiunge nel sesto protocollo aggiuntivo:
Articolo 1 - Abolizione della pena di morte
La pena di morte è abolita. Nessuno può essere condannato a tale pena né giustiziato.
Articolo 2 - Pena di morte in tempo di guerra
Uno Stato può prevedere nella sua legislazione la pena di morte per atti commessi in tempo di guerra o in caso di pericolo imminente di guerra; tale pena sarà applicata solo nei casi previsti da questa legislazione e conformemente alle sue disposizioni. Lo Stato comunicherà al Segretario Generale del Consiglio d'Europa le disposizioni rilevanti della legislazione in questione.
Conclusioni:
-la pena di morte è ovunque abolita in tempo di pace, per cui gli Stati che la dovessero prevedere allo stato attuale la devono abolire. Ad ogni modo, nella transizione verso l’abolizione non infrangono il Trattato di Lisbona se la comminano a causa dell’articolo 2 del CEDU.
-la pena di morte può essere introdotta in tempo di guerra. Certo è che grazie al patto di mutuo soccorso fra gli stati europei in casi di attacchi terroristici, una nazione può in un attimo trascinare le altre in guerra, quindi la probabilità che anche la provincia italiana si trovi perennemente in stato di guerra è rilevante-è gravissimo e subdolo che l’articolo 2 del CEDU permetta di sparare sulla folla impunemente. Qui non si parla di pena di morte ma di uccidere barbaramente nel tumulto! Nei casi di pena di morte in tempo di guerra, per lo meno, c’è un processo, degli avvocati, un dibattimento. In questo caso no: è tutto immediato, senza razionalità, è pura barbaria! Se il comandante impartisce l’ordine, i sottoposti possono ammazzare i manifestanti, se un celerino nel tumulto, magari preso da paura, comincia a sfasciare crani e costole all’impazzata senza più alcun controllo, lo potrà fare. Tutto ciò perché non vi è alcuna definizione di “ricorso alla forza resosi assolutamente necessario”.
Non è possibile accettare una simile legge perché la vita del cittadino è inviolabile! Ed è offensivo che i nostri politici lascino tanta indeterminatezza ed opinabilità su un argomento tanto delicato!
Fatto così, no al Trattato di Lisbona!!!
Stefano Cantelli
Iscriviti a:
Post (Atom)